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I giallo-rossi optano per la candidatura di bandiera: Liliana Segre

Liliana Segre
Liliana Segre ottima candidata di bandiera, ma è una "non scelta". Un modo per rinviare la decisione finale. Oggi dunque il summit tra Pd e M5S
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Stamattina i leader del sedicente “nuovo centrosinistra” si incontrano per mettere in campo almeno un candidato di bandiera comune nelle prime tre votazioni per il capo dello Stato. È il primo vertice e per trattarsi di una coalizione che, subito dopo la caduta del secondo governo Conte, prometteva di marciare a passo di carica verso un’alleanza solida e strutturale il segnale non è precisamente confortante. Stamattina, comunque, il sospirato summit ci sarà e con ogni probabilità partorirà una candidatura di bandiera. Se non sarà lei stessa a negarsi, si tratterà quasi certamente della senatrice a vita Liliana Segre.

I primi a pensarci sono stati quelli di LeU, senza avanzare la proposta ufficialmente essendo troppo deboli per poter indicare una candidatura per primi ma parlandone con i potenziali alleati. In particolare con i 5S ai quali l’idea è piaciuta molto. Il Pd aveva in mente un altro nome, quello della ex capogruppo al Senato Anna Finocchiaro ma l’esplosiva e molto incauta intervista di Bettini la ha più o meno sbalzata fuori gioco. Per i 5S, dopo quell’intervista, è diventato molto difficile accettare una candidatura, anche solo di bandiera, proveniente direttamente da quel partito.

Il nome di Liliana Segre, sempre che accetti la parte, risolve il dilemma. È senatrice a vita senza appartenenza politica nota neppure pregressa. La sua biografia rende il suo nome un manifesto di valori e indirizzi nei quali tutti si possono riconoscere, condivisi dalla stessa destra. Come candidatura unitaria e di bandiera, nonostante l’età avanzata, è dunque perfetta. Difficilmente il Pd, stamattina, potrà opporsi. Il problema è che proprio le caratteristiche che rendono la senatrice sopravvissuta all’orrore di Auschwitz una ottima candidata di bandiera fanno anche della sua eventuale designazione una “non scelta”. Quella della senatrice a vita non è una candidatura che, pur non mirando davvero all’elezione, indichi comunque una direzione comune una volta passate le prime tre votazioni. È un rinvio. Enrico Letta ha scelto, e forse non poteva fare altro, di giocare la partita cercando il pareggio, cioè un presidente scelto da tutti, non imposto ma neppure indicato dalla destra. Quel traguardo sarebbe tagliato solo con la rielezione di Mattarella o con la presidenza di Draghi o Amato. Conte gioca anche lui in difesa: l’unico obiettivo, per quanto paradossale appaia, è dimostrare che il gruppo parlamentare più forte non è superfluo, relegato nella sgradita parte del comprimario.

Delle tre ipotesi di Letta solo la prima, il Mattarella-bis, è accettabile per la stragrande maggioranza dei 5S ed è una carta che al momento non sembra possibile giocare. Le altre opzioni provocherebbero ulteriori deflagrazioni nel Movimento già disastrato. Dunque, una volta esaurita la fase delle candidature di bandiera, i leader che si vedranno questa mattina si troveranno a dover improvvisare una risposta unitaria, al momento inesistente, alla proposta del centrodestra, per ora anch’essa inesistente e con poche chance di spiazzare gli avversari con una propria candidatura credibile. Fatto salvo il miraggio del Mattarella-bis, che è solo un rifugio. Come in fondo sarebbe solo un rifugio la candidatura di bandiera di Liliana Segre.

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