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«Noi magistrati siamo forti anche quando siamo sotto accusa»

La nuova presidente della corrente progressista delle toghe, Egle Pilla, interviene sugli obiettivi del Pnrr nel campo della giustizia e sulla orribile vicenda del piccolo ucciso dal padre a Varese
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In questa sua prima intervista da Presidente di AreaDg Egle Pilla, giudice del Riesame a Napoli e per dieci anni gip nel capoluogo partenopeo, dialoga con noi su due punti. Il primo riguarda le ragioni che hanno spinto Areadg ad elaborare il comunicato «L’Ufficio per il Processo: un’occasione imperdibile o un’innovazione faticosa ed inutile». L’obiettivo è «ambizioso» ci dice ma non bisogna dimenticare che «la qualità delle nostre decisioni rappresenta la priorità». Il secondo punto riguarda la tragedia di Varese, dove un padre in custodia cautelare ai domiciliari ha ucciso suo figlio di 7 anni. La gip che ha concesso l’incontro è sommersa dalla polemiche. Per la dottoressa Pilla però «anche in queste situazioni occorre mantenere la stessa serenità e forza con cui quotidianamente svolgiamo il nostro lavoro».

Esprimete il timore che gli obiettivi del Pnrr mettano pressione al vostro lavoro. Sente il rischio che il discredito di cui sta soffrendo la magistratura a causa del Sistema Palamara possa aver fatto assumere alla politica e al legislatore un atteggiamento sbrigativo nei confronti delle vostre istanze? Non percepisce una minore sensibilità delle istituzioni verso la magistratura?

Le vicende che purtroppo ci hanno coinvolto sicuramente hanno avuto delle ricadute a 360 gradi sulla nostra credibilità. Pertanto esiste il rischio di generalizzazioni anche da parte della stessa politica. Per questo siamo chiamati ad essere ancora più attenti e responsabili nell’esercizio della nostra funzione. Ma allo stesso tempo auspichiamo un reciproco atteggiamento di responsabilità anche da parte delle istituzioni e della classe politica che dovrebbero prestare attenzione non solo ai nostri comportamenti ma anche alle nostre reazioni nei confronti di alcuni provvedimenti.

L’Europa, e di conseguenza il Governo, vi ha chiesto di alzare i vostri standard di produttività per rispondere alle esigenze del Pnrr. C’è il timore, che accomuna magistratura ed avvocatura, che si abbassi la qualità delle decisioni a discapito dei cittadini, che sono gli utenti finali del sistema giustizia.

Lei ha colto un punto nevralgico del documento che abbiamo elaborato. Esiste il grave rischio, che va assolutamente scongiurato, di una standardizzazione delle decisioni. La risposta della magistratura alle richieste di giustizia deve essere di alta qualità, senza dimenticare gli obiettivi di efficienza che ci sono richiesti. Ma la qualità è la priorità. Ogni decisione, così come la sua motivazione, ha una sua specificità, nessuna è uguale alla precedente. Inoltre standardizzare le decisioni significherebbe dimenticarsi dell’evoluzione della giurisprudenza, del diritto applicato. Bisogna assolutamente fuggire il conformismo delle nostre decisioni: in quel comunicato non abbiamo detto che sarà così ma che bisogna fare in modo che non accada nel nuovo percorso che andremo ad intraprendere.

Voi evidenziate altri due problemi: non ci sono adeguati spazi per le nuove risorse previste dall’Ufficio per il processo e poi comunque, essendo neolaureati, possono aiutarvi solo per le vicende più semplici.

L’Ufficio per il processo è senza dubbio un progetto ambizioso che tende ad obiettivi meritevoli. Ma come raggiungerli date le condizioni attuali? Moltissimi palazzi di giustizia presentano carenze edilizie e già ora non sono adeguatamente capienti a contenere il numero di persone che vi lavorano: con l’arrivo di centinaia di addetti all’Ufficio per il Processo la situazione non può che peggiorare. Bisognerebbe quindi assicurare che all’interno dei nostri uffici fosse garantita una prossimità tra il giudice che rimarrà il responsabile del processo e le persone che dovranno collaborare con lui. E poi, per venire all’altra parte della sua domanda, il giudice ha una grande esperienza e bagaglio culturale. Come farlo interagire con i nuovi arrivati? È un tema che va chiarito.

Su questo punto, gli avvocati temono che alcuni giudici possano fare dell’Ufficio per il processo un uso improprio, affidando troppe responsabilità ai neolaureati.

Questa circostanza costituirebbe un momento patologico. Il criterio che ispira la riforma è un giudice responsabile. Per questo bisogna assicurare le migliori condizioni concrete di lavoro in cui farci operare. Comprendo che ci possano essere dei timori: per questo il progetto potrà partire e produrre effetti favorevoli solo quando ciascun giudice sarà messo nelle condizioni migliori di lavoro, per evitare un utilizzo distorto dell’addetto all’ufficio per il processo che non potrà mai sostituire il giudice.

Veniamo all’orrore di quanto accaduto a Varese. Un bambino viene ucciso dal padre e la gip che ha permesso l’incontro è sotto attacco, anche da parte di qualche magistrato, come Fabio Roia, presidente vicario del Tribunale di Milano. Lei che idea si è fatta di questa storia?

La vicenda è estremamente delicata, ha un risvolto umano di una drammaticità infinita: tutti i protagonisti stanno vivendo un grande dolore in questo momento. Credo che in merito a queste vicende l’atteggiamento più corretto da assumere sia quello di essere rispettosi delle indagini in corso e degli accertamenti che sta svolgendo la Procura della Repubblica e anche la Ministra Cartabia tramite l’ispettorato. Ma occorre anche riservatezza e attenzione nel commentare l’operato della collega. Bisogna conoscere bene i fatti prima di esprimere una opinione.

La Ministra Cartabia ha chiesto subito accertamenti preliminari urgenti. Non c’è il rischio di evidenziare, questa volta, la presunzione di colpevolezza della sua collega e di minare l’indipendenza e l’autonomia dei giudici che potrebbero essere frenati nella loro attività per paura di linciaggi mediatici sostenuti da interventi ministeriali?

Spesso le ispezioni arrivano negli uffici di Procura o in quelli giudicanti quando si verifica un fatto particolarmente clamoroso per la cronaca. Quindi non mi sento di dare una particolare connotazione a questo tipo di azione ministeriale. Tuttavia il giudice non deve sentirsi intimorito. Noi siamo chiamati a svolgere una funzione per la quale occorre essere spesso forti, equilibrati, determinati e allo stesso tempo sereni per il nostro operato. Questa serenità va mantenuta anche quando siamo protagonisti di vicende attenzionate pubblicamente.

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