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Caso Cerciello Rega, il carabiniere che scattò la foto va a processo

Cerciello
Il militare è accusato di abuso d'ufficio: l'immagine diffusa su whatsapp ritraeva il giovane americano Natale Hjorth mentre era bendato e legato in caserma
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Andrà a processo Silvio Pellegrini, il carabiniere accusato di aver scattato la foto di Christian Gabriel Natale Hjorth, condannato all’ergastolo insieme a Finnegan Lee Elder per l’omicidio del brigadiere Mario Cerciello Rega, mentre era bendato nella caserma di via in Selci e averla poi diffusa in un gruppo whatsapp. Il processo per il militare accusato di abuso d’ufficio e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio inizierà il prossimo aprile e nel procedimento si è costituito parte civile il ragazzo americano.

Sul punto è stata sollevata la questione di giurisdizione tra giustizia ordinaria e militare, per in relazione alla divulgazione dello scatto un’indagine era stata aperta anche dalla Procura Militare.  Pellegrini, si legge nel capo di imputazione, «in violazione della disposizione che fa divieto di pubblicare l’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta, quale carabiniere in servizio presso la compagnia carabinieri Roma Centro, ritraendo Natale Hjorth allorché lo stesso si trovava presso i locali del Roninv carabinieri del Comando provinciale di Roma e diffondendo tale foto su almeno due chat whastapp, delle quali una dal titolo “Reduci ex Secondigliano” con 18 partecipanti, dalla quale veniva poi ulteriormente diffusa da terzi ad altri soggetti e chat, arrecava a Natale Hjorth un danno ingiusto».

Nel corso della seconda udienza del processo ai due giovani americani, nell’aprile 2020, Natale Hjort aveva raccontato la sua versione dell’interrogatorio, partendo dal video in cui il ragazzo appariva ammanettato, con il capo chino, una benda a coprire gli occhi e anche il naso mentre, il 26 luglio 2019, era nella sede del Nucleo investigativo di via In Selci, senza avvocato, a poche ore dall’omicidio. “Ehi maschio come ti chiami? Oh come ti chiami?”, chiedono diversi militari durante l’interrogatorio. Lui risponde con voce debole, in evidente stato confusionale e sempre ammanettato. «Come ti chiami?», gli chiede uno di loro e il ragazzo risponde «Che cambia?». «Come che cambia?», lo incalzano i carabinieri, «dimmi come ti chiami, dimmi il tuo nome. Da quanto tempo sei in Italia?». E Hjorth risponde: «Da una settimana». «E che fai in Italia?», gli chiedono ancora. «Sono qui a trovare la famiglia», ribatte lui. «E dove abita?», domanda un altro. «Abita a Roma. Non so esattamente dove», risponde l’americano prima dell’ultima domanda.

Partirà invece a gennaio il processo davanti al giudice monocratico per Fabio Manganaro, il carabiniere accusato di aver bendato Hjorth poco dopo il fermo. Per lui l’accusa è di misura di rigore non consentita dalla legge.

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