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Il Coa di Palermo dichiara “guerra” ai premifici

Palermo
Il presidente Armetta ha annunciato un’attività di verifica dei criteri con cui vengono assegnati i più svariati riconoscimenti agli Studi Legali
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Il Coa di Palermo dichiara “guerra” ai premifici. A comunicarlo il presidente Antonio Gabriele Armetta, che ieri ha inviato una nota agli iscritti annunciando l’avvia di «un’attività di verifica dei criteri con cui vengono assegnati i più svariati riconoscimenti agli Studi Legali, pubblicizzati dagli stessi vincitori o dalle società interessate sui social network e/o attraverso molteplici canali di comunicazione, e ciò atteso che, come è noto, un’informazione non corretta può configurare violazione delle norme deontologiche e di quelle a tutela della concorrenza, del mercato e del consumatore». L’obiettivo è verificare se tali riconoscimenti siano o meno frutto di una valutazione effettiva, basata su criteri oggettivi, effettuata da soggetti abilitati o se, invece, si tratti di scelte soggettive o collegate «ad un rapporto economico con la società che li conferisce e/o comunque ad un ritorno monetario in favore delle stesse».

Il Coa si è rivolto alle società più note in tale ambito, senza però ottenere riscontri. Ma Armetta ha annunciato di voler «doverosamente controllare la pubblicizzazione, divulgazione e informazione di tali riconoscimenti e, se del caso, contrastare le condotte ove esse possano integrare illecito deontologico o di altra natura». Da qui l’invito agli iscritti «ad astenersi dal dare, direttamente o indirettamente, divulgazione di riconoscimenti che non siano il frutto di una valutazione della capacità professionale operata da soggetti istituzionalmente a ciò autorizzati». Il presidente del Coa ha inoltrato la sua nota anche a Cnf, Ocf e a tutti gli ordini italiani, aggiungendo tra i destinatari, inoltre, anche l’Autorità Garante della concorrenza e del mercato, «affinché, nell’ambito delle proprie competenze, possano valutare la situazione ed adottare ogni opportuno provvedimento, anche in tema di concorrenza sleale e pubblicità ingannevole».

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