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Awards: forse è tempo di dire basta. A proposito dei premi per il miglior avvocato dell’anno…

Palermo
La polemica sul recente riconoscimento allo studio legale che ha curato il licenziamo di 450 dipendenti della Gkn è solo la punta dell'iceberg. Questi premimici pagamento violano deontologia e dignità dell'avvocatura
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In fondo si tratta solo di capirsi. Di comprendere se le regole e ci riferiamo in particolare a quelle deontologiche in tema di pubblicità debbano valere per tutti o solo per alcune categorie di colleghi. Magari quelli meno organizzati, meno forti, quelli che subiscono il procedimento disciplinare per aver collocato, ledendo con ciò il prestigio della professione, la loro piccola insegna pubblicitaria vicino a quella di un negozio di intimo o di un salumiere.

Il riferimento è agli awards, ossia ai premi riservati ai (sedicenti o pretesi) migliori avvocati dell’anno in ogni ramo del possibile sapere giuridico. Non è tanto il caso dello studio che è stato recentemente insignito del titolo di miglior legale dell’anno in diritto del lavoro per (citiamo testualmente) la proattività e la lungimiranza con cui affianca i clienti, come nell’assistenza a GKN per la chiusura dello stabilimento fiorentino e l’esubero di circa 430 dipendenti, caso che meriterebbe considerazioni a sé stanti. Quanto di tutti gli, ormai numerosissimi, premi e riconoscimenti di ogni genere che, ogni altro giorno, gratificano colleghi con il titolo di migliore in qualche cosa. 

Vale la pena, anzitutto, di ribadire (non di chiarire, perché la cosa è assolutamente chiara a tutti, anche e soprattutto a quelli che ricevono questi riconoscimenti e degli stessi si fregiano), come alla base di questi riconoscimenti non vi sia mai la ben che minima valutazione relativa al merito. Non vi è nessuno cioè che valuti la meritevolezza dell’operato dello studio, tanto meno comparandola con l’operato degli altri (cosa che la valutazione di migliore dovrebbe necessariamente presupporre).

Del resto, non si vede come questa valutazione (o, addirittura, questa comparazione) sarebbe possibile, visto che gli atti redatti nell’ambito del contenzioso sono, ovviamente, riservati e così pure riservati sono pareri, corrispondenza e in genere attività stragiudiziale.

Semplicemente alcuni soggetti, senza averne alcun titolo e senza avere svolto alcuna attività che non sia quella di spulciare fra i vari siti internet e aver operato qualche ricerca sulla stampa relativa ai nomi di legali che qualche volta vi appaiono, prendono contatto con alcuni studi riferendo loro con tono trionfalistico che, a seguito di accuratissime indagini e verifiche (dai contorni e contenuti mai precisati), sono stati individuati come il miglior studio legale dell’anno in una determinata materia (anch’essa nel primo colloquio non esattamente definita).

A fronte dell’interesse e del compiacimento mostrato dal destinatario, con tono divenuto suadente, gli rappresentano che la consegna dell’ambitissimo riconoscimento avverrà in una cena di gala (di cui il benemerito potrà conservare a imperitura memoria anche il filmato) cui egli potrà invitare chi ritiene, cena di gala dal costo minimo di diverse migliaia di euro, che si incrementa rapidamente a seconda del numero dei partecipanti, della collocazione del tavolo, della richiesta del filmato etc.

Esaurito il primo giro di consultazioni e ottenuto l’assenso dei diversi soggetti destinatari delle attenzioni dell’organizzatore, può succedere che in una stessa materia o settore vi siano più studi che hanno accettato di essere riconosciuti come i migliori. Ed allora, poiché evidentemente tutti i migliori devo essere premiati, ecco che la materia viene divisa in diversi ambiti, in modo che tutti possano avere il loro riconoscimento. Alcuni poi, come recentemente accaduto, si spingono oltre, chiedendo all’avvocato di indicare la vicenda o il cliente rispetto al quale ha manifestato particolare proattività e dedizione.

Ed ecco allora comparire nelle ragioni per l’assegnazione del premio il nominativo dei clienti assistiti e le relative vicende giudiziarie. Cosa questa che, supponiamo, comporterà una lieve maggiorazione del prezzo.

Ribadito quale sia il meccanismo, ci pare difficile pensare che il contegno posto in essere dai legali che sono parte attiva (quantomeno perché pagano) in questo tipo di fasulli riconoscimenti non integri una reiterata violazione delle norme deontologiche, una violazione che non è più possibile far finta di non vedere, pena la (ulteriore) perdita di credibilità della professione e dei suoi organi istituzionali. Il riferimento è, anzitutto, all’articolo 17 del nostro Codice deontologico, laddove prevede che le informazioni che l’avvocato può diffondere pubblicamente siano trasparenti, veritiere, corrette, non equivoche, non ingannevoli, non denigratorie o suggestive e non comparative. Informazione diffusa con cui si comunica che Tizio è il miglior legale dell’anno in un certo settore, per quanto appena detto è non trasparente, falsa (almeno potenzialmente visto che si fonda sul nulla), scorretta, equivoca, ingannevole, suggestiva e comparativa.

Ma il riferimento è anche allart. 35 dello stesso Codice deontologico, laddove prevede che nelle informazioni al pubblico avvocato non deve indicare il nominativo dei propri clienti o parti assistite, ancorché questi vi consentano. Né certo potrà dirsi che questi premi e le informazioni che in ordine agli stessi vengono fornite al pubblico sono frutto di un’attività giornalistica, attraverso la quale alcune “testate” forniscono al pubblico informazioni sullattività dei diversi studi legali. Qui di giornalistico, non c’è alcunché, a partire dall’assoluta assenza della notizia, preconfezionata a pagamento come strumento di pubblicità ingannevole. Un’ultima notazione sull’importanza che al rispetto delle norme deontologiche viene attribuito da una fascia sempre più vasta di soggetti fruitori delle prestazioni legali. Ormai non solo gli enti pubblici e le società a partecipazione pubblica, ma sempre più soggetti privati indicano nei loro codici etici come requisito per assistere la società il non essere incorsi in sanzioni di carattere disciplinare e quindi la necessità che il legale (o comunque il professionista) tenga sempre un contegno conforme alle disposizioni che ciascun ordine professionale si è dato. Sarebbe curioso e amaro che quelle disposizioni fossero proprio i nostri organismi a non farle rispettare.

Avv. Leonardo Arnau,  Presidente dell’ordine degli Avvocati di Padova         

Avv. Francesco Rossi, Presidente della Fondazione Forense di Padova

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