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Ma la pandemia non è reato e nessun piano avrebbe potuto fermare il virus

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La procura di Bergamo, attraverso il Domani, ci fa sapere che il ministro Speranza e i vertici del ministero della Salute rischiano seriamente di finire nei guai per la gestione dell'emergenza. Un nuovo processo alla scienza?
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Se non è un processo alla scienza poco ci manca. Dopo la famigerata inchiesta contro i vertici della protezione civile indagati per non aver previsto il drammatico terremoto de L’Aquila (sic!), oggi è la volta dei funzionari del ministero della Salute accusati dalla procura di Bergamo di “pandemia colposa”. Al momento non sarebbe coinvolto il ministro della Salute Speranza, ma i cronisti del Domani fanno capire che sì: il ministro probabilmente “finirà nei guai…”. In attesa di dettagli ci chiediamo un paio di cose. La prima: come è finita in mano ai giornali questa valanga di informazioni su un’indagine ancora aperta? E poi: davvero il procuratore di Bergamo ha riferito al giornalista del Domani la seguente frase: «Il ministro Speranza non ha raccontato cose veritiere, anche questo dovremo valutare»?

Se così fosse sarebbe assai grave che un procuratore, peraltro nei giorni in cui il Parlamento ha licenziato le nuove norme sulla presunzione di innocenza, si fosse lasciato andare a valutazioni di questo tipo. Soprattutto se riferite a un ministro della Repubblica che sta gestendo una crisi sanitaria di questa portata. Se invece, come crediamo e ci auguriamo, si dovesse trattare di uno scivolone del giornalista, allora il procuratore di Bergamo farebbe bene a smentire in modo circostanziato. Ma la cosa che davvero dobbiamo chiederci è un’altra, ovvero come sia possibile aprire un’inchiesta di questo tipo. Intendiamoci, per amore di verità dobbiamo dire che l’indagine è riferita al mancato aggiornamento del piano pandemico. Una sciatteria che però, di questo ne siamo certi, difficilmente può aver influito sulla diffusione del Covid o sul contenimento del numero dei decessi.

La verità è che nessuno avrebbe mai potuto prevedere una crisi sanitaria di questa gravità e nessun piano pandemico del mondo avrebbe potuto fermarla o soltanto arginarla; nessuno, infine, avrebbe mai immaginato di dover comprare migliaia di respiratori, di dover formare centinaia di nuovi sanitari, di gettare nella trincea degli ospedali decine di giovani specializzandi. Perché di questo stiamo parlando: di un evento che ha mandato in tilt le migliori sanità mondiali, compresa la nostra. E saremmo in malafede se dimenticassimo lo sconcerto della comunità scientifica mondiale di fronte a un virus sconosciuto, imprevedibile, inafferrabile e col quale ancora oggi, a distanza di quasi due anni, facciamo i conti. E la conferma di tutto questo sta nei numeri dei decessi dei paesi che avevano i piani pandemici aggiornati. I dati di Inghilterra, Germania, Francia, e di tutti gli altri Paesi con una popolazione molto simile alla nostra, sono del tutto in linea con quelli italiani. Parliamo di una forbice compresa tra i 115mila e 130mila morti. Circa 136mila in Inghilterra, 130mila decessi in Italia, 116mila in Francia e 101mila in Germania. Insomma, questa è la dimostrazione pratica che nessun piano pandemico avrebbe potuto evitare questa strage.

Ciò detto è comprensibile che una procura della Repubblica voglia veder chiaro. Ma chissà, una volta verificata la sostanziale inutilità del piano pandemico – di qualsiasi piano pandemico – avrebbe potuto decidere di archiviare. E non regge “l’alibi” dell’obbligatorietà dell’azione penale. È vero che un paio di anni fa la procura bergamasca ha ricevuto decine di denunce di familiari morti di Covid – e nessuno di noi dimenticherà mai le immagini strazianti che arrivavano da quella città -, ma è altrettanto vero che l’Articolo 112 della nostra Costituzione (Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale), è spesso usato in modo, come dire…discrezionale da parte di alcuni pm.

E per essere più chiari possiamo prendere in prestito le parole dell’ex magistrato Piero Tony: «L’obbligatorietà dell’azione penale non esiste né mai è esistita. Dunque, eccolo il senso di questa favola: non esiste discrezionalità da parte del magistrato e ogni notizia di reato che istruisce non è frutto della sua volontà ma di un procedimento meccanico. Io ricevo, dunque agisco. Bene, questa storia è una simpatica barzelletta, un giochino da salotto. La verità è che in ogni ufficio giudiziario ci sono, e non possono non esserci, delle scelte prioritarie, anche formalizzate. E il motivo è banale: la macchina della giustizia non riesce ad affrontare milioni di processi. Deve sempre scegliere quali consegnare alla prescrizione e quali no». Tutto chiaro, no?

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