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«Cara ministra, l’Ufficio del processo non sarà la panacea della giustizia». Il presidente del Coa di Palermo in pressing su Cartabia

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Riportiamo di seguito l’intenso intervento pronunciato oggi, nell’incontro a Palermo con la guardasigilli Marta Cartabia, dal presidente dell’Ordine del capoluogo siciliano Antonio Armetta. Ai rilievi avanzati dal leader dell’avvocatura palermitana, la ministra ha dato risposta nel proprio discorso
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Di seguito l’intervento pronunciato oggi, in occasione dell’incontro a Palermo con la guardasigilli Marta Cartabia, dal presidente dell’Ordine del capoluogo siciliano Antonio Armetta. La ministra ha dato risposta, ai rilievi avanzati dal leader dell’avvocatura palermitana, nel proprio discorso, di cui diamo conto in un altro articolo e che può essere ascoltato  in forma integrale, a questo link, sul canale Youtube del ministero della Giustizia.

Ill.mo Sig. Ministro,Rappresento a nome di tutti i Presidenti degli Ordini del distretto, dei nostri consigli e dei nostri iscritti il piacere e l’onore di ospitarLa a Palermo, in questa sede che ha una storia, un significato, una memoria con pochi eguali.

Apprezziamo particolarmente il Suo sforzo di illustrare, di presenza, la riforma dell’Ufficio per il processo nei distretti italiani, che dimostra una assoluta consapevolezza della necessità di confrontarsi con le diverse realtà territoriali nonché di verificare anche le posizioni di chi, questa riforma, è chiamato ad attuarla e applicarla.

L’onestà ed il nostro ruolo ci impongono di rappresentarLe però, anzitutto, la necessità che questo confronto fosse avvenuto con congruo anticipo, dunque prima ancora della legge istitutiva dell’Ufficio in questione; e ciò poiché in quella sede probabilmente sarebbero meglio emerse le diverse criticità, che, a nostro giudizio, si annidano già a monte dell’idea riformatrice del Governo.

Sappiamo quali limiti politici ha incontrato la predisposizione del Pnrr, e a quali esigenze è stata ispirata l’individuazione delle possibili riforme da presentare al fine di ottenere l’accesso alle importantissime risorse economiche messe in campo dall’Europa.

Temiamo, però, che le problematiche della giustizia rischino di aumentare a causa di questa riforma, che ha sollevato numerose voci critiche sia dell’Avvocatura che della Magistratura.

Ci poniamo, in primo luogo, il problema dell’applicazione concreta della riforma, dei tempi che saranno necessari per inserire nello staff del Giudice il nuovo personale e della difficoltà di formarlo adeguatamente per una funzione assolutamente difficile, impegnativa e che richiede una altissima professionalità.

Il rischio è quello di una attuazione della riforma a più velocità, con maggiori difficoltà ove i numeri del contenzioso e del personale saranno più elevati, e di un carico maggiore di lavoro – ancora più di oggi – in capo ai magistrati che dovranno assicurare il controllo sull’operato del personale.

Non ci sono garanzie per il futuro professionale di tutti coloro che saranno assunti nell’Ufficio per il processo, che dopo tre anni si troveranno senza un contratto dopo avere magari acquisito competenze specifiche ed utili al sistema giustizia, con il pericolo di creare una nuova categoria di precari che si somma a quella dei giudici onorari.

Cosa ne sarà di questi giovani? È un problema che dobbiamo porci sin da ora, ancora prima di pensare a soluzioni a termine.

Non vogliamo, poi, che si perda ciò che resta del principio di immediatezza, già fortemente in crisi e che rischierebbe di restare una mera costruzione dottrinale.

Seri dubbi, infatti, pone la circostanza che i componenti dell’ufficio per il processo siano chiamati a scrivere le minute delle sentenze, poiché a nostro avviso è solo il Giudice che può formare il proprio convincimento sull’attività istruttoria da egli, e solo da egli, acquisita.

E abbiamo visto, da ultimo, introdurre una grave eccezione al sistema delle incompatibilità delineato dagli articoli 18 e 19 della legge forense, su cui mi sento di condividere le posizioni dei nostri organi di rappresentanza politica, istituzionale e previdenziale e che, inammissibilmente, ha visto la luce solo dopo la chiusura dei termini per la presentazione delle domande di ammissione.

In altri termini, chi – nel rispetto delle previsioni di legge – non aveva presentato domanda per evitare di chiedere la cancellazione dall’albo è oggi discriminato e privato di una possibilità che avrebbe certamente colto.

Siamo certi, signor Ministro, della bontà delle intenzioni che hanno animato la predisposizione del testo della riforma, ma non siamo affatto certi che questa possa portare risultati soddisfacenti alla soluzione delle risalenti problematiche da cui è affetto il nostro sistema giudiziario.

La verità è che siamo assolutamente convinti che l’unica vera riforma della giustizia non passi per l’Ufficio per il processo, né per gli interventi sul rito e la procedura, sia nel processo penale che in quello civile.

L’unica vera riforma di cui la giustizia ha bisogno, come Lei sa, è quella finalizzata a restituire dignità, decoro ed efficienza ad una macchina che, purtroppo, ha perso di credibilità agli occhi non solo degli addetti ai lavori, ma soprattutto dei cittadini, di quei cittadini in nome dei quali la giustizia è esercitata.

Ed allora, basterebbe porre laica attenzione a ciò che non va nella giustizia italiana, ed indirizzare solo in tal senso gli interventi riformatori: assenza di strutture, di infrastrutture, di un sufficiente numero di magistrati e personale amministrativo.

Solo intervenendo su queste macroscopiche disfunzioni sarà possibile avvicinarsi a quei risultati che non solo l’Europa, ma prima di tutto il paese chiede alla politica.

Raddoppiare il numero dei magistrati, primo passaggio che sarebbe naturale in ogni altro paese che dovesse trovarsi nelle condizioni italiane, costerebbe circa 600 milioni di € l’anno, una inezia rispetto ai 2 punti percentuali di Pil che la lentezza della macchina giudiziaria costa all’economia italiana.

È frequente, poi, la destinazione del magistrato giudicante ad altra sede, con immaginabili ricadute sulla celerità dei processi, sul principio di immediatezza, sulla stessa continuità che dovrebbe caratterizzare la funzione del giudicare.

È necessario intervenire sulle piante organiche, spesso non proporzionate alle reali esigenze dei circondari ed alla stessa composizione dei magistrati che ne fanno parte.

Serve intervenire sulle infrastrutture, soprattutto tecniche: abbiamo 4 diversi sistemi di accesso telematico alla giustizia, Pct, Pat, Pt, Pst, con caratteristiche tecniche ingiustificatamente diverse e tali da rendere veramente complicata l’attività degli operatori, degli Avvocati.

E poi, c’è il problema dell’edilizia giudiziaria: a Palermo, signor Ministro, a causa di ben note e risalenti problematiche strutturali, l’ufficio Unep e le sezioni lavoro ed esecuzioni del Tribunale sono in corso di trasferimento in altra parte della città.

Le ricadute di tutto questo, in termini di difficoltà degli spostamenti, inconciliabilità di diversi impegni professionali, gravosità degli adempimenti, non fanno che complicare una situazione già assai grave. E nel nulla è caduta la voce, rivolta soprattutto al Ministero, degli Avvocati di questo distretto, che chiedevano quantomeno il mantenimento dell’unicità delle sedi giurisdizionali.

In alcuni circondari del nostro distretto, i palazzi sono a dir poco fatiscenti, a Trapani ad esempio manca una vera e propria cittadella giudiziaria.

La situazione degli altri uffici giudiziari non è, comunque, ideale: spazi limitati e ristretti, condizioni di sicurezza non sempre garantite, riscaldamenti e aria condizionata assenti, ciò che con un clima come il nostro, ci creda, rende per un consistente periodo dell’anno veramente difficile svolgere la propria attività professionale in modo accettabile.

Bisogna intervenire sul sistema del patrocinio a spese dello Stato, che mortifica il professionista retribuendolo non solo in misura assai inferiore ai compensi previsti con D. m. e per espressa previsione di Legge, ma soprattutto retribuendolo dopo anni dalla fine del processo.

In quest’ottica, sig. Ministro, il timore è che la riforma dell’Ufficio per il processo, aldilà delle intenzioni, piuttosto che risolvere o quantomeno attenuare le problematiche di cui sopra, acuisca ed evidenzi il malfunzionamento di questo sistema.

Serviranno spazi, servirà formazione, servirà coordinamento, servirà tempo. Quel tempo che non abbiamo più per metter mano, definitivamente, ad un problema che mette in crisi la stessa democraticità del sistema paese ed il rispetto, la tutela, dei diritti di tutti.

Perché noi Avvocati siamo convinti, sig. Ministro, che se la giustizia è solo veloce, ma non anche giusta, non è giustizia. Non è più funzione, ma mero servizio.

Ogni riforma del processo, o della organizzazione del processo, che si ponga quale unico fine la velocizzazione senza puntare realmente all’aspetto qualitativo non serve affatto a dare una risposta più veloce alle esigenze del cittadino: serve a semplificare il lavoro del magistrato, a snellire l’arretrato, a migliorare le performance di produttività.

È corretto agevolare il lavoro, così delicato, del giudice, così come è doveroso smaltire l’arretrato. Ma il fine deve rimanere la ricerca della giustizia, attività che richiede tempo e modi, studio e abnegazione, senza che tale attività possa essere frazionata in capo a più componenti di uno staff perché, alla fine, il compito di decidere deve essere inteso unitariamente.

Noi speriamo, con la massima sincerità, che le nostre preoccupazioni non divengano realtà, perché coltiviamo tutti la speranza di risolvere, una volta per tutte, i mali della giustizia.

Ciò che le chiediamo, signor ministro, è di non sacrificare il fine della giustizia sull’altare del tempo e della velocità. Fare il contrario, purtroppo, segnerebbe sempre più il passaggio da una giustizia più vicina al vero ad una giustizia il cui esito può essere quanto più lontano dal vero possa immaginarsi.

E vorremmo un’ultima cosa, che la sua presenza qui oggi ci fa sperare possa avvenire nell’immediato futuro: che non solo i più alti accademici, spesso così avulsi dalla realtà giudiziaria, ma soprattutto tutti gli operatori del sistema giustizia, a partire dagli avvocati reali, dei nostri fori, che vivono le aule di Tribunale, vengano realmente coinvolti nei meccanismi decisionali che portano alla elaborazione delle riforme, perché solo partendo dall’esperienza concreta può essere compiuto lo sforzo di astrazione necessario per la formulazione di una riforma della giustizia non solo condivisa ma, soprattutto, efficace.

L’Avvocatura ha accolto molto favorevolmente il cambio di passo rispetto alla precedente compagine Ministeriale (che, peraltro, al suo più alto livello aveva un Avvocato), ed altrettanto favorevolmente vorremmo che tutta l’Avvocatura partecipasse alle riforme, così accogliendole.

Facciamo in modo che ciò avvenga, Sig. Ministro: ripensiamo alle conseguenze pratiche delle riforme, e facciamolo con chi solca quotidianamente i corridoi dei Tribunali.

RingraziandoLa per l’attenzione che, ne sono certo, porgerà alle nostre osservazioni, Le porgo i più sinceri auguri di buon lavoro a nome mio e di tutti gli ordini del distretto di Palermo.

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