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Cartabia: «Improcedibilità? Da non attivare mai, se possibile»

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La ministra fa a tappa a Palermo nel suo Viaggio nelle Corti d’appello. E torna sull’istituto più controverso del ddl penale. «Ha tanto suscitato discussioni: deve rimanere l’extrema ratio».
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«L’improcedibilità che tanto ha suscitato discussioni deve rimanere un’extrema ratio, possibilmente da non attivare mai. E perché questo possa accadere abbiamo previsto l’osservatorio sul processo penale che istituiremo a giorni. È di imminente attuazione proprio per accompagnare una riforma che sappiamo essere sconvolgente, che ha bisogno di essere testata nella sua sperimentazione e che vogliamo accompagnare con tutti i supporti e le correzioni che si dovessero rendere necessari». A dirlo a Palermo è stata questa mattina la ministra Marta Cartabia, nella nuova tappa del suo viaggio nelle Corti di Appello.

Lo stesso concetto che ci espresse il sottosegretario Sisto in una intervista: «Se la sperimentazione ci dirà che il nuovo istituto non funziona, il Parlamento potrà sempre intervenire, come accade normalmente». La guardasigilli ha voluto probabilmente rispondere, con quelle parole, anche al presidente Anm Giuseppe Santalucia che, nell’ultima riunione del “parlamentino” delle toghe, ha detto: «Non abbiamo notizie della costituzione del Comitato tecnico-scientifico per il monitoraggio sull’efficienza della giustizia penale, previsto dalla legge di riforma, e credo si possa tutti convenire nell’auspicarne la rapida costituzione, perché gli uffici giudiziari non possono essere lasciati soli nell’affrontare una riforma, per dire eufemisticamente, complicata».

Ma Cartabia sembra così replicare anche alle critiche arrivate negli ultimi mesi da settori della magistratura, dall’Accademia, e in ultimo il 3 novembre dall’Ufficio del Massimario della Cassazione: «Non si fa una riforma della giustizia con un tratto di penna, ma è un processo che deve essere continuamente rivisto. Tutte le grandi riforme, non solo quella della giustizia, mostrano la loro efficacia e i loro limiti sono nel momento dell’applicazione. Quando si disegna una riforma si cerca di immaginare tutte le criticità, di attingere a tutte le esperienze e i contributi che possano mettere in campo il disegno più vicino alla perfezione, ma è un processo da attuare per tappe successive».

Cartabia ha tenuto anche a fare una precisazione sull’Ufficio per il processo che «è una componente fondamentale delle riforme che stiamo portando avanti, ma non è l’unico elemento su cui si sta puntando, anche se, a mio parere, è un elemento portante. È un aiuto nell’immediato, ma è anche un investimento per i futuri colleghi, è un patto intergenerazionale». La guardasigilli si è soffermata sui paventati rischi che i giovani inseriti nell’Ufficio del processo finiscano per affollare le schiere del precariato: «Uno degli aspetti è la stabilizzazione delle risorse umane. Non è vero che stiamo creando una nuova categoria di precari, stiamo pensando a nuovi sbocchi e a future carriere che queste persone potranno avere».

È una Cartabia diversa dal solito che forse sente il peso di una riforma non condivisa da tutti, sebbene sia ispirata ai principi costituzionali del giusto processo e della ragionevole durata. «Si sta cercando di portare avanti una riforma organica – ha concluso Cartabia – con uno sguardo olistico, sistematico, comprensivo di tutti i problemi della giustizia. Nessuno ha la bacchetta magica, non promettiamo una palingenesi della giustizia da un giorno all’altro, ma stiamo cercando di intervenire con gradualità. Un passo dopo l’altro con il contributo di tutti».

Attorno al processo penale, via Arenula pare dunque intenzionata a favorire una tregua, a chiedere tempo per valutare appieno il lavoro svolto a partire dai disastri del “fine processo mai” di Bonafede. Le ragioni di Cartabia sono giuste, come abbiamo sempre raccontato da questo giornale, ma come ha detto il professor Tullio Padovani in un convegno del 2012, parlando di carcere ma non solo, «l’extrema ratio nella realtà operativa vera non conta assolutamente nulla, perché è un appello alla buona volontà, una sorta di invito rivolto con parole alate a chi poi non è vincolato all’ascolto se non nella misura in cui decide di ascoltare».

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