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Letta e la vittoria dimezzata dall’astensione record in periferia

Letta
Il Pd di Enrico Letta è vincitore unico. La vittoria in quasi tutte le principali città era prevista e prevedibile. Tre perdenti: due rivali e un alleato.
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Un solo vincitore, incontestabile e assoluto. Tre perdenti: due rivali e un alleato. L’esito della tornata elettorale, fra primo turno e ballottaggi, è netto. Il Pd di Enrico Letta è vincitore unico. La vittoria in quasi tutte le principali città era prevista e prevedibile. Lo scarto a Roma però va al di là di ogni previsione ed è una sconfitta tanto più cocente per Giorgia Meloni in quanto si tratta della sua principale piazza elettorale. L’umiliazione pareggia e oltrepassa quella subìta due settimane fa a Milano da Matteo Salvini, con una Lega che non è arrivata neppure al ballottaggio nella prima città del Nord.

Torino, fino a 15 giorni fa, era data per quasi certamente persa. Ieri l’effetto è stato meno dirompente solo perché già nel primo turno il pronostico era stato capovolto. La sorpresa però c’è stata lo stesso, con il testa a testa in una piazza come Trieste che tutti, da una parte e dall’altra, consideravano già assegnato al sindaco uscente di centrodestra. È Trieste, comunque sia andata a finire la conta in extremis favorevole alla destra del sindaco uscente Dipiazza, la ciliegina sulla torta elettorale di Letta.

Fra gli altri tre leader, due avevano già incassato una batosta non recuperabile al primo turno. La popolarità di Giuseppe Conte è reale, palpabile, è un dato non registrato solo dai sondaggi ma confermato in campagna elettorale dalle piazze colme e plaudenti. Ma quella popolarità non si riversa sui 5S, perché Conte è stato considerato sin dall’inizio, se non proprio un tecnico, un leader al di sopra dei singoli partiti, il collante e l’espressione di una coalizione. La speranza che quella popolarità fungesse da traino capace di trarre il Movimento fuori dalle sabbie mobili in cui affonda si è dimostrata un miraggio. Al contrario è proprio il M5S a fare da piombo nelle ali di Conte, vanificando gli effetti della sua popolarità.

Salvini si conferma più una meteora che un leader. Lo sarebbe stato anche conquistando il punto della bandiera a Torino: lo è a maggior ragione dopo la sconfitta imprevista fino a due settimane fa e incerta sino all’ultimo. Dopo il disastro del Papeete Salvini non è riuscito a impostare una linea politica, apparendo sempre più come un vascello privo di bussola. Soprattutto non è riuscito a imporsi come leader della coalizione, che è arrivata così alle urne acefala e impegnata solo in un lacerante e suicida conflitto intestino.

Dalle urne esce però battuta anche Giorgia Meloni. Certo il suo partito, ancora tre anni e mezzo fa molto piccolo, è lievitato di moltissimo. Il monopolio dell’opposizione si è dimostrato redditizio ma solo in termini di voti, non di avanzamento strategico sulla scacchiera politica. Al contrario, la parabola elettorale ha rivelato impietosamente quanto ancora pesi su FdI lo stigma del partito antisistema, populista, sovranista, ancora parzialmente ancorato alle origini neofasciste. Tra le due partite la seconda è quella più importante perché, a meno di disporre di una maggioranza assoluta, i voti, come sa bene Marine LePen, sono un capitale inutile se non lo si può investire per mancanza di credibilità politica e di sponde.

Sulla vittoria di Letta grava però un’ombra molto pesante. L’impressionante numero di quanti hanno disertato le urne non rappresenta affatto l’astensionismo «fisiologico nelle democrazie moderne», come favoleggiano quelli che vanno in cerca di rassicurazioni facili. Indica invece un vuoto: una massa enorme di elettori, socialmente più che geograficamente allocata “nelle periferie” non si fida di FdI, è stata delusa dal M5S ma anche da Salvini, senza però essere convinta nemmeno un po’ dal Pd di Letta, che è cresciuto nelle percentuali, non nei voti assoluti. Ma i vuoti in politica non restano mai tali a lungo.

Letta, da quando è segretario del Pd, ha giocato una partita tutta centrata sul profilo basso. Facendo molto chiasso su temi identitari in questo momento non precisamente al centro dell’agenda politica e per il resto senza mai interferire con il governo, contando dunque soprattutto sugli errori degli avversari, che certo non sono mancati. Forse era una scelta obbligata, dovendo prima di tutto liberare il Pd dalle secche in cui era impantanato. Ma per rendere questa vittoria strategica e politica, fondata sulla propria forza e non sulla debolezza degli altri, dovrà ora saper mettere in campo una vera proposta politica a tutto campo.

 

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