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Sì della Camera all’equo compenso: la Pa dovrà pagare gli avvocati in base ai parametri

ergastolo ostativo
Con un finale persino inatteso, poco fa l’aula di Montecitorio ha licenziato in prima lettura la legge a prima firma Meloni che tutela le retribuzioni dei professionisti. È vero che non c’è un euro e che sono state escluse dai vincoli Agenzia delle Entrate e cartolarizzazioni. Ma seppur a invarianza finanziaria, ora ministeri ed enti locali dovranno pagare gli incarichi esterni in base ai parametri, al limite dovranno ridurre il contenzioso. Passa così il principio per il quale l’avvocatura si batte da anni
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Ci sono molti modi di leggere un voto parlamentare. E quello con cui stasera la Camera ha approvato in prima lettura la legge sull’equo compenso professionale (251 sì, 9 astenuti, nessun contrario) potrebbe anche ridursi a quanto segue: nel provvedimento non c’è lo straccio di un soldo. Non sono arrivati i fondi per coprire i maggiori oneri che la proposta iniziale avrebbe imposto ad Agenzia delle Entrate-Riscossione e alle società pubbliche veicolo di cartolarizzazione.

Ma intanto, grazie a un ordine del giorno proposto dalla tenacissima capogruppo di FdI Carolina Varchi (e condiviso da Pietro Pittalis di Fi e Roberto Turri della Lega), accolto dal governo, l’esecutivo di Mario Draghi è ora impegnato a reperire in legge di Bilancio le risorse utili a rimettere in pista l’equo compenso anche per i due ambiti espunti dal testo finale.

Il doppio volto della clausola d’invarianza finanziaria

E poi, più di tutto, bisogna leggere l’enunciazione inserita, su richiesta della commissione Bilancio, all’articolo 12-bis del provvedimento: “Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”, ma “le amministrazioni interessate provvedono ai relativi adempimenti nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”.

Certo, si scrive sempre, quando su una legge non si mette un euro. Vero. Come è vero che le Pa lasciate nel perimetro dell’equo compenso, e obbligate a pagare avvocati e altri professionisti in base ai parametri, hanno un’alternativa: ridurre il contenzioso e gli incarichi professionali esterni. Ed è vero che così la professione forense, nel complesso, non vedrebbe incrementare di un euro il proprio reddito alla voce “servizi legali degli enti pubblici”.

Ma è pur vero che grazie alla legge a prima firma di Giorgia Meloni, condivisa dall’azzurro Andrea Mandelli e dal leghista Jacopo Morrone, passa, udite udite, un principio: niente più bandi a zero euro, né dei ministeri, né dei Comuni. Se si ricorre a un professionista esterno, lo si paga in base ai parametri ministeriali. A ben vedere, è una rivoluzione.

Sisto: a breve i parametri forensi saranno aggiornati

Altra notizia: il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, che ha seguito tutto l’iter, annuncia in Aula: «A breve saranno aggiornati i parametri ministeriali per tutte le professioni». Nel caso della professione legale vuol dire rivedere il Dm 55 del 2014 come chiede da tempo il Cnf e, con l’istituzione dell’avvocatura, anche tante associazioni, per esempio Movimento forense.

Va detto che la giornata è stata convulsa anche per la dialettica trilaterale fra i partiti più impegnati a sbloccare l’impasse – oltre a FdI, i berlusconiani e i leghisti – e la commissione Bilancio, che ha espresso un parere condizionato analogo a quello di fine luglio: niente riscossori e cartolarizzatori, più l’invarianza finanziaria. In aggiunta, eliminato ogni riferimento alla valenza retroattiva delle norme e al Fondo per le esigenze indifferibili: era stato chiamato in causa, con un emendamento di Varchi approvato in commissione, per coprire i 150 milioni in più previsti per Agenzia delle entrate-Riscossione, poi come ampiamente anticipato dal Dubbio quella cassa si è rivelata vuota e il perimetro dei “committenti forti” è stato ridimensionato.

Alibi per sottopagare i professionisti: la “ripetitività”

Va detto che, nell’emendare in extremis il testo per l’Aula, gli incarichi relativi alle attività dei riscossori sono apparentemente recuperati a un “equo compenso light”, simile a quello previsto per la Pa dalle norme di fine 2017: in realtà il nuovo articolo 2 comma 3 è, come imposto dalla commissione Bilancio, peggiorativo, perché fa esplicito riferimento alla “ripetitività” come valido motivo per sottopagare i professionisti.

“Gli agenti della riscossione garantiscono comunque, all’atto del conferimento dell’incarico, la pattuizione di compensi adeguati all’importanza dell’opera, tenendo conto, in ogni caso, dell’eventuale ripetitività della prestazione richiesta”, recita testualmente la nuova formulazione.

Varchi: prima vera svolta dall’epoca delle lenzuolate

Eppure ce n’è in abbondanza perché la capogruppo di FdI in commissione, la ricordata Varchi, interpreti così il risultato: «Con la legge a prima firma Meloni si compie un passo avanti decisivo verso il superamento delle lenzuolate del centrosinistra, a tutela del diritto a giusta remunerazione delle prestazioni professionali. Fratelli d’Italia ha scelto di dedicare la quota riservata all’opposizione all’esame di questa legge perché riteniamo doveroso arginare la proletarizzazione delle professioni e tutelare quel popolo di partite Iva vessato dai poteri forti, che troveranno un limite al loro strapotere».

Esagerato? Forse solo nella frecciatina al Pd, che ha votato sì. Si è astenuta solo Leu. Neppure un voto contrario su una proposta Meloni. Dite che non c’è notizia?

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