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«Non c’è un euro per l’equo compenso!». La legge rischia un altro stop

equo compenso
Dalle verifiche condotte con il Mef, risulta del tutto incapiente il Fondo per le esigenze indifferibili, a cui il provvedimento collega le coperture per i maggiori oneri determinati a carico dell’Agenzia delle entrate. Martedì si va in Aula, ma in queste condizioni il parere della commissione Bilancio rischia di essere sfavorevole, com’era già avvenuto a luglio
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Nel 2016 la scintilla da cui si sprigionò il forcing decisivo del Cnf per arrivare all’equo compenso fu innescata proprio da una “rivolta” dell’avvocatura, quella napoletana in particolare, per i compensi irrisori che l’Agente della riscossone intendeva imporre nella convenzione per i servizi legali esterni. Da lì la massima istituzione dell’avvocatura avviò una serie di interlocuzioni culminate nel “tavolo” con l’allora guardasigilli Andrea Orlando, che elaborò la prima bozza di legge sull’equo compenso, approvata in Parlamento a fine 2017 seppur con qualche modifica.

Ebbene, ci risiamo. Perché anche la nuova legge a tutela dei professionisti, e dell’avvocatura innanzitutto, arriva a uno snodo critico proprio sugli incarichi esterni dell’Agenzia delle entrate-riscossione. E al momento, il dato non è confortante: perché i fondi previsti dal testo approvato mercoledì scorso in commissione Giustizia alla Camera — e destinati a coprire appunto i maggiori oneri determinati a carico di Entrate-riscossione — semplicemente, non ci sono. Zero euro.

È emerso da verifiche informali condotte, nelle ultime ore, dai partiti che più da vicino hanno seguito l’iter della nuova legge: Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega. È bastato un giro di telefonate con i deputati della commissione Bilancio e soprattutto con il ministero dell’Economia per accertarsi che non c’è alcuna disponibilità, al momento, nel Fondo per le esigenze indifferibili. Da quella riserva si era sperato di poter attingere i 150 milioni necessari, attraverso l’emendamento di Carolina Varchi (FdI) approvato mercoledì all’unanimità, e inserito nel testo sul quale è stato dato mandato alla relatrice Infrid Bisa (Lega).

E quindi, proviamo a riordinare il quadro. Martedì prossimo la nuova legge sull’equo compenso professionale andrà in Aula a Montecitorio. Si tratta di un testo a prima firma della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, e cofirmato dal responsabile Professioni di FI Andrea Mandelli (che è anche vicepresidente della Camera) e dal leghista Jacopo Morrone (ex sottosegretario alla Giustizia). Nel provvedimento ci sono diverse novità: il rispetto dell’equo compenso, per esempio, viene imposto non solo nell’ambito delle convenzioni, cioè degli accordi multipli stipulati con avvocati, commercialisti, ingegneri o altre categorie, ma anche a tutti gli altri accordi formali sottoposti a un professionista esterno da un committente forte (banche, assicurazioni, imprese con più di 50 dipendenti o ricavi annui superiori ai 10 milioni di euro).

Vengono meglio precisate le clausole vessatorie, e le modalità attraverso cui il giudice può imporre al committente di riconoscere, al professionista incaricato, un compenso conforme ai parametri ministeriali. Inoltre, cosa non trascurabile, si trasferisce in un unico articolato la disciplina di fine 2017, che era disseminata in vari corpi normativi.

Fin qui tutto chiaro. Ma il più importante atto di giustizia compiuto dal testo approvato mercoledì in commissione riguarda l’obbligo esteso anche alla Pubblica amministrazione e a tutte le società controllate: che dovranno a loro volta pagare i professionisti esterni, a cominciare dagli avvocati, senza scendere al di sotto dei parametri ministeriali. Ed è qui che si è complicata la faccenda.

Già lo scorso 8 luglio il provvedimento era rimbalzato dal primo tentativo di approvazione in Aula a un deludente ritorno in commissione. Motivo: il parere condizionato della commissione Bilancio, che aveva espressamente chiesto di escludere dall’equo compenso l’Agente della riscossione, le società deputate alle cartolarizzazioni e gli effetti retroattivi delle nuove norme. Grazie all’instancabile forcing dell’onorevole Varchi, di Mandelli, Morrone, e alla mediazione decisiva del sottosegretario Francesco Paolo Sisto, si è arrivati mercoledì scorso all’exit strategy: copertura da 150 milioni per l’Agenzia delle entrate-riscossione (fabbisogno calcolato dal Mef e indicato in una lettera sollecitata da Perantoni) e, come suggerito da Sisto, niente retroattività.

Sembrava tutto ok. Serviva solo il parere della commissione Bilancio. Che sarebbe arrivato in extremis direttamente martedì in Aula. E così sarà, in effetti. Ma conterrà quell’amara sorpresa: si tratterà di nuovo di un parere parzialmente negativo, per via dei riscontri disarmanti arrivati dal Mef sull’incapienza del “Fondo per le esigenze indifferibili”. Niente 150 milioni.

La Bilancio dirà: la legge può andare avanti solo se vengono sottratti, dal regime dell’equo compenso, l’Agente della riscossione e le società deputate alle cartolarizzazioni.

E come finirà? Nessuno dei promotori della legge per ora si sbilancia. Si lavora sotto traccia per rimediare in extremis. Tra i più attivi per arrivare a una soluzione c’è Andrea Mandelli, che ribadisce la «priorità assegnata da Forza Italia alla tutela dei professionisti». Eppure, non si può escludere che ci si possa accontentare di tenere sotto l’ombrello della legge tutto il resto della Pa. E di rinunciare all’equo compenso per “riscossori” e “cartolarizzatori”. Cioè i due ambiti in cui, obiettano gli avversari della legge, i servizi legali, in particolare, si tradurrebbero nell’assistenza per un contenzioso seriale. Una bella scusa per pagare gli avvocati a cifre fuori legge, sugli 80 euro a causa. Vedremo se finirà così.

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