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Il caso Roma mette in crisi l’asse Pd-M5S. E Conte prova a ricucire

Conte
Il leader dei grillini Giuseppe Conte, vuole blindare l’accordo coi dem, ma Alessandro Di Battista e l’ex sindaca, Virginia Raggi remano contro.
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Com’era prevedibile, il flop del Movimento 5 Stelle alle Amministrative con parallela vittoria del centrosinistra a forte trazione Pd ha messo in subbuglio le pattuglie pentastellate, in particolare modo dopo il quarto posto della sindaca uscente Virginia Raggi a Roma e la decisone, da prendere in tempi brevi, sull’eventuale appoggio del partito a Roberto Gualtieri al secondo turno.

Temi che vedono contrapposte, una volta di più, le due anime del Movimento che abbiamo imparato a conoscere nel momento di maggiore scontro, quando Beppe Grillo definì «seicentesco» lo statuto scritto da Giuseppe Conte e l’ex presidente del Consiglio si disse pronto a tirarsi fuori nel caso in cui non avesse avuto la piena fiducia del fondatore.

Conte prova a mediare

Come finì poi lo sappiamo tutti, pace fatta, Conte presidente e Grillo garante ultimo delle decisioni, ma la spaccatura interna è andata avanti sotto la cenere per mesi e ora il fuoco è destinato a riaccendersi. Sì perché in cuor suo l’avvocato di Volturara Appula il sostegno a Gualtieri vorrebbe darlo eccome, altroché riflessioni, chiacchierate con Michetti davanti a un caffè (vedi Raggi) o appelli all’astensione. Il progetto di alleanza stabile tra Pd e M5S, della quale il guru dem Goffredo Bettini continua a tessere le lodi, passa necessariamente per il sostegno pentastellato all’ex ministro dell’Economia a Roma. E Conte lo sa.

Ma lo sanno anche Virginia Raggi, Alessandro Di Battista e decine di parlamentari grillini che mugugnano sin dall’avvento del governo Draghi, e che pur non avendo scelto la strada della scissione come i loro colleghi de “L’alternativa c’è” hanno alimentato un malcontento interno facendo di tutto per evitare che la ferita tra moderati e puristi si rimarginasse.

E nella notte tra lunedì e martedì, quando il flop di Raggi è diventato ormai chiaro, quella ferita ha ripreso a sanguinare. Se poi a questo uniamo la foto che ritrae un vittorioso Gaetano Manfredi appena eletto sindaco di Napoli con percentuali bulgare vicino a Luigi Di Maio, Peppe Provenzano, Vincenzo De Luca e Roberto Fico, ecco che la frittata è fatta. «Noi ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi, proprio il massimo, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti», ha scritto sui social Di Battista citando il celebre film di Massimo Troisi Non ci resta che piangere.

Certo la foto ha lascato di stucco più di un commentatore, se è vero come è vero che ritraeva a pochi centimetri di distanza lo sceriffo di Salerno, il più odiato tra gli odiati esponenti dem da parte del M5S, e Giggino di Maio, come ormai di consueto il presidente della Campania apostrofa il ministro degli Esteri.

Ma il voto ha aperto anche un’altra riflessione, visto che sia Manfredi a Napoli sia Lepore a Bologna sono stati eletti con il sostegno di una coalizione larga, dal Movimento a Italia Viva, passando per il Pd e Azione. Visto il risultato, perno della futura coalizione dovrebbe essere Enrico Letta, ma proprio su questo Conte è stata categorico. «Il Pd può fare sicuramente le valutazioni che ritiene: se pensa di riproporre la stagione del vecchio Ulivo bene, ma è un progetto politico che ha avuto una contestualizzazione storica ben precisa ha detto ieri l’ex presidente del Consiglio – Riproporre vecchie formule adesso non credo abbia molto senso, il contesto è completamente diverso. Il M5S ha già avviato un dialogo con il Pd e con le altre forze progressiste: penso a Liberi e Uguali, Articolo 1. Siamo disponibili a continuarlo nel reciproco rispetto».

Insomma niente spazio per la componente centrista e moderata di Calenda e Renzi, e se il primo era stato bollato come «arrogante» due giorni fa, il secondo viene messo rapidamente alla porta. «È chiaro però che per un progetto politico l’affidabilità degli interpreti è fondamentale – ha chiosato Conte – quindi l’affidabilità che ha dimostrato Matteo Renzi è un problema, non tanto per il M5S ma anche per il Pd». Insomma, checché ne dica Bettini, la strada per unire il centrosinistra in vista delle Politiche del 2023 è tutta in salita.

 

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