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Ma l’inchiesta di Fanpage non è fango mediatico-giudiziario

Il cronista che si è infiltrato nel mondo di Carlo Fidanza (leader dei deputati europei di Fdi) e Roberto Jonghi Lavarini, non ha nulla a che vedere con lo scambio di utilità tra il giornalista a caccia di notizie e il magistrato che sfrutta il megafono mediatico per legittimare la sua inchiesta
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L’allegra brigata nera, gli amici di Hitler, la “vecchia” camerata e i boia chi molla. E poi le “lavatrici” di denaro sporco, i finanziamenti occulti e le presunte logge massoniche segrete ed esoteriche (sic!). Insomma, l’inchiesta di Fanpage ci catapulta in un mondo inquietante, non c’è dubbio, ma con decise venature grottesche, quasi ridicole. Senza contare una buona dose di millanteria da parte del “Barone nero” e della sua combriccola che si vende presunti legami con uomini dei Servizi ed ex ufficiali dell’esercito.

Ma prima va chiarito un aspetto: c’è chi in queste ore parla di inchiesta a orologeria e di macchina del fango, ma noi, che pure siamo sempre molto critici con chi usa la scure mediatico-giudiziaria contro la politica, stavolta siamo persuasi che quella di Fanpage sia una (vera) inchiesta giornalistica, come non se ne vedevano da anni. Il cronista che si è infiltrato nel mondo di Carlo Fidanza (leader dei deputati europei di Fdi) e Roberto Jonghi Lavarini, non ha nulla a che vedere con i colleghi che aspettano le veline nelle sale d’aspetto delle procure italiane; nulla da spartire con chi spaccia per scoop il copia incolla di inchieste e informative. Insomma, qui non c’è nessuno scambio di utilità tra il giornalista a caccia di notizie e il magistrato che sfrutta il megafono mediatico per legittimare la sua inchiesta, condizionarne il giudizio futuro e, non ultimo, trovare un posto in prima fila nell’affollato solarium mediatico-giudiziario.

Chiarito questo aspetto, va però detto che l’inchiesta in sé fotografa un mondo molto più vicino a un’improbabile armata brancaleone piuttosto che ai sansepolcristi del primo fascismo. Ma accanto a questo scenario tragicomico, ci sono un paio di elementi assai seri. Il primo riguarda il finanziamento ai partiti, di tutti i partiti. L’abolizione quasi integrale del finanziamento ha infatti creato condizioni “criminogene” che induce i partiti a cercare forme di sostentamento opache, “alternative”. Ma questa è una conseguenza di una legge folle che ha affamato la politica, populisticamente  considerata luogo di corruzione e non centro e cuore della nostra democrazia; il secondo elemento riguarda invece Giorgia Meloni che, ormai è chiaro a tutti, per puntare davvero a una leadership nel centrodestra e nel Paese deve definitivamente liberarsi delle scorie grottesche del neofascismo italiano. Se vuol diventare credibile e svincolarsi una volta per tutte dalla trita dialettica fascismo-antifascismo, deve liberarsi della zavorra nera che la trascina a un livello così basso. Altrimenti sarà sempre intrappolata nella sindrome lepeniana dell’eterna seconda.

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