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Dal congresso l’Ucpi di Caiazza esce più unita e con un nuovo bersaglio: le toghe fuori ruolo

Gian Domenico Caiazza confermato presidente dal congresso Ucpi
Sì, c’è stato chi, dal professor Spangher all’avvocato Zilletti, ha fatto notare la grande distanza fra la riforma penale e le aspettative dell’avvocatura. Ma come ha ricordato il presidente dei penalisti, confermato dalle assise, l’Unione ha ritrovato la capacità di unire le forze. Anche in vista delle sfide in arrivo con la riforma del Csm
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Gian Domenico Caiazza è stato confermato, per acclamazione, presidente dell’Unione Camere penali italiane. Resterà al vertice dell’associazione dei penalisti anche per il biennio 2021-2023. È innanzitutto questo l’esito della tre giorni congressuale che si è svolta da venerdì a domenica a Roma. E c’è un altro dato rilevante: per la prima volta l’Ucpi ha una vicepresidente donna, Paola Rubini.

È stato un congresso partecipato e istituzionalmente riconosciuto, il primo in presenza dopo le stagioni pandemiche, ma non infuocato come quello di Sorrento, in cui si registrò la contrapposizione per la presidenza tra Caiazza, uscito vincitore, e Renato Borzone. Come vi abbiamo in parte già raccontato, la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha reso un importante omaggio all’avvocatura, sotto due aspetti: il suo intervento è durato circa 30 minuti – interrotto da applausi della platea in un paio di momenti – , dunque non una passerella formale. In più la guardasigilli ha espresso parole significative nei confronti dei penalisti: «Gli avvocati sono attori protagonisti in prima linea al servizio della giustizia», ha detto tra l’altro.

Poi il vicepresidente del Csm David Ermini e il suo richiamo all’avvocato in Costituzione, e il sottosegretario Francesco Paolo Sisto che ha invitato a tenere insieme a lui gli occhi aperti sui decreti attuativi della riforma del penale. Eppure non sono mancate le critiche: come ha segnalato l’avvocato Lorenzo Zilletti, presidente del Centro Studi giuridici e sociali “Aldo Marongiu” dell’Ucpi, «la riforma si giustifica con la necessità di ridurre del 25% i tempi dei processi, ma io avrei preferito una riforma che guardasse a un altro dato: ogni 8 ore una persona in questo Paese viene privata della libertà personale ingiustamente. Questo sarebbe dovuto essere lo spirito della riforma penale».

E poi: «Certamente rispetto a quella che, con molta fatica, riesco a definire la cultura del processo di Bonafede, la cultura della ministra Cartabia è diversa, ma non è la nostra. Condivido l’invito alla vigilanza: la visione della guardasigilli, pur ritrovandosi nei valori della Costituzione, non coincide con quella del Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo che noi, su mandato della giunta presieduta da Caiazza, abbiamo contribuito a scrivere».

Ha preso l’applauso come lo ha preso sonoro il professor Giorgio Spangher quando ha detto che il processo accusatorio è morto e ha criticato l’istituto dell’improcedibilità e le sue conseguenze. Non a caso, abbiamo visto  molti avvocati fermare Spangher per chiedergli di aiutarli a capire come il nuovo istituto inciderà sui loro processi.

Ma poi arriva l’avvocato Cataldo Intrieri della Camera Penale di Roma a dare un’altra chiave di lettura: «Tre anni fa il congresso dell’Unione si intitolava ‘Il buio oltre la siepe’. Sentire oggi una buona parte di voi, soprattutto autorevoli esponenti dell’Accademia, focalizzati sulla critica a questa riforma riguardo l’istituto dell’improcedibilità mi ha fatto ritenere che siamo stati colpiti da improvviso benessere, nel senso che non abbiamo altro a cui pensare. Non che non abbiano ragione, chi sono io per dar torto a Giorgio Spangher e a Paolo Ferrua. Ma io ritengo che questo aspetto sia importante ma non determinante, anche perché è un passo avanti rispetto a quanto ci aveva propinato Bonafede. Noi pensiamo che quanto accade in Polonia o in Ungheria a noi non possa accadere: non è così. Noi oggi abbiamo un nemico ed è il populismo. È tempo che l’Unione faccia una scelta di campo politica».

E allora come leggere un congresso quando una stessa platea applaude chi esprime pareri opposti: chi difende il diritto puro, per cui la ricerca del compromesso non implica necessariamente che le scelte debbano tradursi in interventi poco efficaci o addirittura incostituzionali,  e chi invece sostiene che meglio di così non si poteva fare, perché in fondo si è archiviato il periodo buio di Bonafede?

A tirare le somme ci ha pensato proprio Caiazza nel suo discorso finale: «Siamo riusciti a confrontarci, a discutere, anche essendoci liberati a volte di qualche riflesso pavloviano, diciamo così, che poteva segnare delle posizioni anche un po’ pregiudiziali tra di noi.  Se questo è un auspicio, come penso di averlo colto, come l’ho colto in questi due anni per la verità,  significa che siamo più forti perché se ci concentriamo sugli obiettivi comuni e sviluppiamo un senso di collaborazione reciproca, di solidarietà,  anche quando si ha da segnalare dissensi forti e articolati, penso che ne trarremmo forza e giovamento tutti».

E rispondendo all’intervento critico del presidente della Camera penale di Trapani, Marco Siragusa, ha detto: «Non ci sono imbarazzi, ci sono complessità tra la forza delle nostre convinzioni e la difficoltà di guadagnare terreno nella interlocuzione politica per quelle nostre convinzioni».

E la conclusione, replicando all’avvocato Zilletti: «Il centro Marongiu ci dota degli strumenti di conoscenza, di approfondimento, di studio, è la cinghia di trasmissione con l’Accademia, e il suo responsabile ha espresso con lucidità le critiche forse più dure. È un imbarazzo questo? No, è la fotografia di ciò che siamo. Noi abbiamo bisogno di mantenere salda la chiarezza e la lucidità sui principi, attrezzarli in termini tecnici in modo da poterli spendere sui tavoli politici. Poi, quando siamo seduti al tavolo politico dobbiamo individuare la linea oltre la quale non è possibile da parte nostra andare, e in quello spazio trovare le soluzioni».

Insomma, ognuno ha le proprie linee Maginot, che verranno messe alla prova soprattutto ora che si avvicina la discussione sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. E forse la madre di tutte le battaglie per l’Ucpi di Caiazza, oltre a quella sulla separazione delle carriere che si sta giocando in commissione Affari costituzionali, sarà quella sul distacco dei magistrati presso il ministero della Giustizia. Sono 103 su 161 le toghe  fuori ruolo che occupano via Arenula: un unicum nel panorama internazionale ma che rappresenta un tema «innominabile», sottolinea Caiazza, «non si riesce ad avere una risposta, davanti a noi un muro di gomma: eppure è uno dei problemi cruciali della vita democratica del Paese sui temi della giustizia».

Ha ragione, il presidente Ucpi, soprattutto se si pensa a quanto incidano le toghe sulla stesura degli atti normativi, eppure c’è da prendere atto che «nonostante la magistratura sia in un momento di enorme difficoltà, ha intatta la forza di scrivere insieme al governo la propria riforma: quella su ordinamento giudiziario e Csm».

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