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Ora basta bistrattare l’avvocatura: i guai della giustizia nascono altrove

La lettera di un avvocato e lettore del Dubbio in risposta alle parole dell'ex procuratore di Roma Pignatone: la causa del ritardo dei processi e delle storture della giustizia va ricercato altrove, partendo dall'interno della stessa categoria di appartenenza di chi accusa la classe forense
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Gent.mo Direttore,

seguendo spesso gli articoli pubblicati sul vostro giornale, mi sono imbattuto nella lettura di uno di quelli che mai avrei voluto leggere. E tanto non perché credo nella limitazione della libertà di parola, lungi dal mio pensiero essendo sempre legittima in uno Stato democratico quale è quello dell’Italia, ma perché cerca di fare breccia nell’opinione pubblica nel peggior modo possibile ed all’italiana maniera: cercare di addossare responsabilità e colpe ad altri.

Il mio riferimento è alle dure parole mosse dall’Ill.mo ex Procuratore, dott. Giuseppe Pignatone, alla classe forense, di cui ne faccio umilmente parte, la quale sarebbe rea delle problematiche che da sempre attanagliano la Giustizia. Davvero faccio fatica a comprenderle, soprattutto considerando che uno dei problemi mai risolti in Italia è il tema della giustizia; tema caldo e scottante e noto a chiunque, tanto che chi ha cercato di provvedervi non vi è mai riuscito. Faccio ancor più fatica a comprenderle, soprattutto a seguito degli scandali che vedono coinvolgere la stessa Magistratura, per casi i quali oggi non si ode più parola, come quello del “Sistema”, definito in maniera precisa dal dott. Palamara. “Sistema” che forse pochi hanno voluto realmente combattere, pagando a caro prezzo il raggiungimento di un mondo utopico, come il compianto Giovanni Falcone (persona che il dott. Pignatone ricorda, per contrasti vissuti nell’allora Procura sicula, come ricordato nei propri diari).

Detto questo, le domande che sorgono spontanee sono le seguenti: per quale motivo bisogna far credere al popolo che i “mali” di una categoria (rectius magistratura) dipendono addirittura da un numero di professionisti abilitati ed appartenenti ad altra categoria (l’avvocatura, nel caso di specie)? Per quale motivo, invece, non si riesce a fare un “mea culpa”, risolvendo il problema dall’interno, sradicando forse “sistemi” esistenti, come quelli descritti dal Palamara? Fa altresì riflettere quanto detto dal dott. Pignatone, poi, circa la qualità dell’Avvocatura odierna, la quale sarebbe bassa per l’elevato numero di professionisti esistenti. Mi spiace, ma non è così. Non può passare un messaggio del genere, quasi a voler far credere che è bene stringere le maglie e relegare la più nobile delle professioni ad una casta.

Il ritardo dei processi, le storture e quant’altro di “negativo” possa esistere, va ricercato altrove, partendo dall’interno della stessa categoria di appartenenza. L’unica cosa che mi perplime dei “novelli” professionisti è la poca voglia di battersi per far valere quanto raggiunto con sudore: il sano rispetto della categoria, troppo spesso bistrattata ed alla mercé di chiunque. Credo, quindi, che con tali parole il dott. Pignatone ha di fatto commesso un clamoroso autogol alla sua ex categoria, laddove si considera che uno dei più grandi giuristi di tutti i tempi ha avuto modo di sostenere che “Solo là dove gli avvocati sono indipendenti, i giudici possono essere imparziali; solo là dove gli avvocati sono rispettati, sono onorati i giudici; e dove si scredita l’avvocatura, colpita per prima è la dignità dei magistrati, e resa assai più difficile ed angosciosa la loro missione di giustizia”. Parole di un tale Calamandrei, lui sì un giurista, ma soprattutto un Avvocato.

Lettera firmata Avvocato Davide D’Andrea 

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