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Come successe all’antica Roma l’impero americano è al declino

Troppe frontiere da sorvegliare, troppi avversari. I gendarmi del mondo non hanno più le risorse. Successe all'antica Roma, ora tocca all'impero americano
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«How many more American lives is it worth?/ quante altre vite americane ancora vale?» – chiede il presidente Biden, mentre spiega perché ha deciso di andare via dall’Afghanistan, e perché non si poteva fare altrimenti. D’altronde, il 70 percento degli americani, di quella guerra non voleva più saperne.

Per quante bandiere americane sventolino nei vialetti residenziali, per quanti nastri gialli si appuntino sui baveri di giacche e cappotti, per quante scariche a salve si possano sparare nel cimitero di Arlington – la questione poi è sempre quella, dannata, della guerra in Vietnam: quante bare regge l’opinione pubblica americana? C’era un film cubano con una marcetta che faceva And they’re coming to take me away – stanno venendo a prendermi – e si vedeva l’immagine del presidente Johnson e una fila di bare coperte con la bandiera a stelle e strisce che sfilavano nella sua testa. Ogni volta che le immagini delle bare dei soldati caduti giravano nei telegiornali, ogni volta cresceva l’insofferenza americana per quella guerra. Johnson non resse e si ritirò, non si poteva fare altrimenti. È lì, nella fuga caotica dall’ambasciata di Saigon, 1975, che è iniziato il declino americano?

Sono decenni che ci si interroga sul declino dell’impero americano. Una trentina d’anni fa ebbe uno straordinario successo editoriale con stupore generale, restando in cima alle classifiche per mesi, The Rise and Fall of the Great Powers, Ascesa e declino delle Grandi Potenze, di Paul Kennedy, uno storico inglese che insegna alla University of East Anglia, Norwich, un ponderoso saggio di taglio accademico con migliaia di note e riferimenti bibliografici. Kennedy, dopo aver analizzato l’ascesa e il declino dei grandi imperi del passato, sosteneva che gli imperi crollano, paradossalmente, a causa delle loro stesse vittorie in termini di espansione e conquiste territoriali.

Troppi confini da sorvegliare, troppi nemici da tenere a bada, quindi una macchina militare sempre più grande e costosa che alla fine con la sua stessa esistenza schiaccia la macchina economica che la sostiene. Alla conclusione del suo libro, Kennedy volgeva lo sguardo al futuro dell’America: «Gli Stati Uniti corrono ora il rischio, tanto familiare agli storici dell’ascesa e della caduta delle grandi potenze del passato, di quella che si potrebbe approssimativamente chiamare “eccessiva estensione imperiale”: vale a dire che i governanti di Washington devono affrontare lo spiacevole e assodato fatto che il numero degli interessi e impegni degli Stati Uniti va oggi ben oltre le effettive possibilità che il paese ha di proteggerli e mantenerli».

In poche parole, l’inevitabile declino americano era “scontato”: gli Stati Uniti avevano imboccato la parte discendente della loro parabola, come tutte le altre grandi potenze del passato. In realtà, gli Stati uniti nascono “costitutivamente” isolazionisti e, soprattutto, avevano in gran odio la guerra: i Padri pellegrini venivano dalle persecuzioni e dalle guerre di religione e di stati che avevano dilaniato l’Europa, e che ciclicamente continuavano a dilaniarla. Washington e Jefferson furono i maggiori esponenti di una dottrina isolazionista. Quando Jefferson fece il suo discorso di inaugurazione nel 1801 auspicò «pace, commercio, e amicizia sincera con tutte le nazioni, alleanze intricate con nessuna». Agli Stati uniti d’America interessava concentrarsi sugli Stati uniti d’America.

È con la “dottrina Monroe”, 1823, che le cose cambiano: gli Stati uniti ( che tali in realtà ancora non erano) non avrebbero tollerato per l’avvenire alcun tentativo delle potenze europee di fondare colonie nel continente americano; che eventuali ingerenze dei governi europei negli affari interni delle nazioni americane sarebbero state considerate dagli USA come una minaccia alla loro sicurezza e alla pace; che a sua volta Washington si sarebbe astenuta dall’intervenire nelle questioni politiche e nei conflitti europei.

La dottrina aveva un sapore anti- colonialista ( c’erano ancora “territori” sotto le corone europee nell’America del nord). Ma – dopo l’annessione del Texas nella guerra contro la Spagna, 1846- 48 – si trasformò presto, con Theodore Roosevelt, nel praticare una propria forma di egemonia nel continente americano, fondamento dell’idea di protettorato sull’area centroamericana e caraibica. Con l’intervento nella Prima guerra mondiale, gli Stati uniti rompono l’isolamento “americano” – erano ormai diventati una potenza economica e i loro interessi in prestiti a Francia e Gran Bretagna erano rilevanti e andavano “garantiti”. Eppure, è proprio con il presidente Wilson che prende forma l’idea di una Società delle nazioni che garantisca la pace nel mondo – soprattutto dopo la contemporanea fine dei tre imperi, russo, austriaco e ottomano. Solo che il Congresso americano bocciò la Società delle nazioni voluta dal suo presidente.

Con la partecipazione alla Seconda guerra mondiale, le cose cambiano radicalmente. L’economia registrò una crescita senza precedenti, aggiungendo più di 17 milioni posti di lavoro e aumentando la produzione industriale di oltre il 90 percento: si raggiungeva il livello di prosperità a cui Roosevelt aveva ambito con il New Deal. Dalla produzione delle automobili alle navi di guerra: tutto ciò rese l’America non solo una potenza bellica formidabile, ma anche la prima economia al mondo. Decisero di non tornare all’isolazionismo: il paese era pronto ad assumere il ruolo di leader economico e politico. Iniziava, a ritroso e in avanti, il secolo americano.

Il Piano Marshall – una montagna di denaro, di aiuti, di tecnologie e know- how perché l’Europa si riprendesse dalle devastazioni della guerra – ne fu parte integrante. Questa decisione fu dettata anche dalla temuta crescente influenza sovietica. La guerra al comunismo divenne un’ossessione, gli Stati uniti diventarono il poliziotto del mondo. E spesso erano il poliziotto cattivo. Quando è iniziato il declino? E d’altronde, quand’è che l’impero romano ha cominciato ad andare a rotoli? Fu nel 410 quando Alarico saccheggiò Roma, o nel 451 dopo l’effimera vittoria ai Campi catalaunici quando le truppe del generale romano Ezio, reclutate soprattutto tra i popoli Germani e affiancate dagli alleati Visigoti di Teodorico I, prevalsero sugli Unni di Attila? Stessa domanda per l’impero britannico: sparì con l’indipendenza dell’India e del Pakistan nel 1947, “la perla dell’Impero”, o nel 1968 con la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi a est del Canale di Suez? Proveremo a scoprirlo.

 

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