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David Sassoli: «Asilo a chi rischia la persecuzione in Afghanistan»

Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli interviene sull'Afghanistan, sensibilizzando l'Europa. Intanto Amnesty chiede l'apertura delle frontiere
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L’Afghanistan in mano ai talebani e civili in fuga da Kabul. Una situazione d’emergenza che preoccupa il mondo. «La situazione in Afghanistan richiede una risposta unita Ue. Il Paese ha bisogno di una soluzione politico duratura ed inclusiva che protegga i diritti delle donne e permetta agli afghani di vivere in sicurezza e con dignità. L’asilo deve essere garantito a chi rischia la persecuzione» ha scritto su twitter il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

Forza Italia

«È indispensabile un’iniziativa del Parlamento e del governo italiano, il cui silenzio diventa intollerabile di fronte alla tragedia in corso in Afghanistan. Stupri, violenze, esodi di massa, uccisioni: i talebani dopo vent’anni riconquistano il territorio e rinnovano la loro minaccia al mondo libero», afferma in una nota il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, componente della Commissione Difesa di Palazzo Madama.

«Il fallimento della comunità internazionale è clamoroso. La viltà degli Stati Uniti causerà conseguenze drammatiche. L’acquiescenza delle altre nazioni che hanno condiviso questa ignominiosa fuga, rappresenta un’ulteriore responsabilità. Vent’anni di impegno, migliaia di vite sacrificate, ingenti risorse impiegate per impedire la vittoria del fondamentalismo islamico, lasciano il passo al trionfo dell’oscurantismo. Una pagina di vergogna per la comunità internazionale, una minaccia grave alla libertà di tutti».

«Abbiamo fallito tutte e tutti»

Per la viceministra alle Infrastrutture, Teresa Bellanova, «abbiamo fallito. Tutte e tutti, nessuno escluso», aggiungendo che «il mio pensiero va alle donne afghane, che oggi si sono svegliate in un mondo ben diverso da quello che avevano bramato e sognato. Ed alle donne ed agli uomini che con coraggio sono lì a raccontarci quanto sta accadendo: è grazie a loro che possiamo capirne a fondo la gravità del momento».

La posizione di Amnesty International 

«I Paesi prossimi all’Afghanistan, e ancor più quelli confinanti, aprano le loro frontiere a chi fugge dal Paese in mano ai talebani». Lo chiede Amnesty, sottolineando con il portavoce italiano Riccardo Noury che le immagini da Kabul «dicono che la popolazione non si fida, memore di quanto accadde 25 anni fa. Preoccupa – dice all’AGI – che le frontiere risultino chiuse». Amnesty chiede inoltre che la rotta balcanica dei migranti, e su cui è più che prevedibile vi si riverserà la gran massa di afghani in fuga, «non diventi un tavolo da ping-pong dove si utilizzano le persone».

All’Europa – aggiunge Noury – «chiediamo di porre fine ai rimpatri afghani, è accaduto che decine di migliaia di coloro siano stati rimpatriati con la spiegazione che l’ Afghanistan fosse un paese sicuro. Un’espressione priva di senso…». Quanto alla posizione dell’Italia, il portavoce di Amnesty dice «trovo che le parole del ministro dell’Interno sull’accoglienza siano incoraggianti, l’importante è che non siano dettate dalla situazione contingente. Nel lungo periodo questo impegno dev’essere mantenuto e deve riguardare anche chi è già in marcia o chi ha buoni motivi per lasciare l’Afghanistan. Non dimentichiamo che ogni anno in quel Paese il numero di vittime civili è sempre superiore a quello registrato l’anno precedente, il che significa che c’erano già ragioni per fuggire».

Parla il figlio di un carabiniere morto a Nassiriya

«Leggere le notizie che arrivano dall’Afghanistan dà la sensazione che le lancette dell’orologio siano state riportate indietro di 20 anni, che oltre 50 vite di nostri connazionali siano state sprecate, insieme a un’ingente quantità di denaro. Da figlio di un uomo che ha perso la vita in uno scenario di guerra, l’unica consolazione che mi ha accompagnato in questi anni è stata la consapevolezza che la vita di mio padre non sia stata sprecata, ma abbia contribuito, nel servire la Patria, a migliorare la vita di popoli più sfortunati e a veicolare messaggi di democrazia e civiltà».

A dirlo è Marco Intravaia, figlio del vice brigadiere Domenico, morto nell’eccidio di Nassiriya, che sta seguendo con «sgomento» le notizie che arrivano dall’Afghanistan e, in particolare, la caduta di Kabul. «I figli, le mogli e i padri degli uomini morti in Afghanistan staranno vivendo la terribile sensazione che i loro cari siano stati strappati alla vita per niente – aggiunge – adesso che i Talebani riprendono il controllo dell’Afghanistan con tutto il carico di estremismo, di oscurantismo e di violenza di cui sono capaci. Esprimo tutta la mia solidarietà a queste famiglie e condivido il loro dolore».

Poi l’appello al premier Mario Draghi: «Continuo a credere nell’impegno internazionale del mio Paese nella difesa dei diritti umani e mi appello al presidente Draghi affinché faccia valere la sua credibilità in seno alla comunità internazionale e questa compia ogni sforzo per difendere le difficili conquiste di civiltà ed emancipazione fatte in quel territorio, anche grazie all’alto tributo di sangue pagato dai militari italiani. Non possiamo consentire al terrorismo di vincere».

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