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Afghanistan nelle mani dei talebani: «Proclameremo l’emirato islamico»

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I talebani entrano a Kabul e occupano il palazzo presidenziale. Il presidente Ghani lascia il Paese
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I talebani sono in procinto di proclamare la creazione dell’emirato islamico dell’Afghanistan dal palazzo presidenziale di Kabul. Ad annunciarlo una fonte dei talebani citata da vari media internazionali, mentre l’agenzia di stampa russa «Sputnik» e l’emittente televisiva «Al Arabiya» riferiscono che i talebani sarebbero già entrati nel palazzo presidenziale senza che il corpo di sicurezza a guardia della sede istituzionale opponesse resistenza.

Nella capitale afgana, tuttavia, qualche scontro sembra esserci effettivamente stato come riferito dall’Ong Emergency. «Oltre 40 feriti sono arrivati al nostro ospedale di Kabul. La maggior parte proveniva dai combattimenti nell’area di Qarabagh. Ventidue sono stati ricoverati, gli altri (meno gravi) sono stati trasferiti ad altre strutture. Stiamo assistendo altri feriti», ha scritto l’Ong sul suo profilo Twitter. Nel mentre dall’ambasciata degli Stati Uniti, il cui personale sta operando da diverse ore dall’aeroporto di Kabul, giunge la notizia che proprio lo scalo sarebbe stato preso di mira da colpi d’arma da fuoco. «Il contesto di sicurezza a Kabul sta cambiando rapidamente, e questo vale anche per l’aeroporto. Ci sono notizie secondo cui l’aeroporto è stato preso di mira da colpi d’arma da fuoco», riferisce la missione diplomatica in una nota in cui invita «i cittadini statunitensi di trovare un riparo».

Mentre la situazione sembra in continuo divenire, l’emittente televisiva «Cnn» fa sapere che l’amministrazione presidenziale statunitense starebbe valutando l’invio di ulteriori contingenti militari in Afghanistan per garantire la sicurezza dei suoi cittadini. Tale decisione, tuttavia, non sarebbe stata ancora presa in via ufficiale. Alla richiesta specifica dell’agenzia di stampa «Ria Novosti» al ministero della Difesa britannico se anche il governo di Londra starebbe valutando un’analoga misura è giunta una secca smentita. Nel mentre ha parlato il premier britannico, Boris Johnson, al termine di una riunione del Cobra, il comitato convocato da Downing Street in caso di emergenza o minacce alla sicurezza nazionale. Johnson ha dichiarato che nessuno vuole che l’Afghanistan diventi un «focolaio di terrore» e ha invitato i Paesi occidentali, con visioni «simili» sulla gestione del potere, a lavorare insieme e a non riconoscere alcun nuovo governo senza un accordo. Johnson, intanto, ha detto che il Parlamento sarà chiamato mercoledì a discutere della situazione afgana. Il premier britannico ha ammesso che la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal Paese ha «accelerato le cose» in Afghanistan, ammettendo comunque che «era chiaro da molto tempo che sarebbe andata così».

Intanto il presidente afghano, Asrhaf Ghani, ha lasciato il Paese per trovare riparo in Tagikistan, da dove si recherà in un Paese terzo, molto probabilmente la Russia, mentre i talebani sono oramai entrati a Kabul, la capitale del Paese. Si sono, quindi, conclusi i negoziati fra le autorità legittime afgane e i talebani che, di fatto, si preparano ad annunciare la conquista del Paese. Diversi altri numerosi aerei civili, peraltro, stanno lasciando l’aeroporto di Kabul con a bordo, con ogni probabilità, gli altri rappresentanti del governo oramai arresosi ai talebani. Con la dipartita del governo, ai militanti talebani oramai asserragliati alla periferia di Kabul è stato concesso l’ingresso in città. Secondo quanto riporta una fonte del palazzo presidenziale dell’agenzia di stampa Sputnik, Abdullah Abdullah, è atteso oggi a Kabul per annunciare una decisione sulla futura leadership afgana. Intanto, il portavoce dei talebani, Suhail Shaheen, ha dichiarato all’emittente televisiva britannica Bbc che «non ci sarà vendetta» nei confronti del popolo afgano. «Assicuriamo alle persone in Afghanistan, in particolare nella città di Kabul, che le loro proprietà, le loro vite sono al sicuro: non ci sarà vendetta nei confronti di nessuno», ha detto Shaheen, aggiungendo: «Siamo i servi del popolo e di questo Paese». Il leader a Doha, in Qatar, ha ordinato infatti ai combattenti di restare alle porte della città, di non usare violenza, di evitare morti e feriti.

All’inizio della giornata, il rappresentante speciale del presidente russo per l’Afghanistan Zamir Kabulov ha dichiarato che la Russia, insieme ad altri Paesi partner, sta lavorando per convocare una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’Afghanistan. L’inviato presidenziale russo, tuttavia, fanno sapere di essere pronte a lavorare con il governo di transizione pur non riconoscendo i talebani come legittime autorità del Paese. «Siamo sempre stati per un governo di transizione, naturalmente, proveremo a lavorare con loro», ha detto Kabulov. «No, non l’abbiamo ancora riconosciuto i talebani come autorità legittime, ma ogni cosa ha il suo tempo, aspettate e vedrete», ha detto l’inviato russo

I talebani hanno conquistato questa mattina la principale città orientale dell’Afghanistan, Jalalabad, senza combattere, mettendo in sicurezza le strade chiave che collegano il paese al Pakistan. La caduta di Jalalabad lascia al governo centrale dell’Afghanistan il controllo solo del centro di Kabul e di altri sette capoluoghi di provincia sui 34 del Paese. Il governo del presidente Ashraf Ghani sembrava avere poche opzioni poiché i talebani hanno effettivamente circondato Kabul: prepararsi per una sanguinosa battaglia per la capitale o capitolare. La cattura di Jalalabad, con una popolazione stimata di oltre 280.000 abitanti, e di altre aree della provincia di Nangarhar concede ai talebani il controllo del valico di frontiera di Torkham, la più grande rotta commerciale e di transito tra l’Afghanistan e il Pakistan. I talebani ora controllano almeno 25 capoluoghi di provincia delle 34 province dell’Afghanistan. Tutte queste città sono state catturate in 10 giorni. Mentre i talebani avanzavano verso Kabul, paesi tra cui Stati Uniti, Germania e Francia hanno iniziato le operazioni di evacuazione del personale locale dall’Afghanistan.

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