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“Sui prossimi ristori ai professionisti si tenga conto dei costi fissi”. L’ipotesi di Giorgetti

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Il ministro dello Sviluppo economico: «La perdita di fatturato non è il parametro più giusto, meglio basarsi sulla riduzione del margine operativo lordo». Così si potrebbe tenere conto delle spese che, anche in tempo di crisi, è costretto a sostenere chi ha uno studio professionale
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Mentre imprese e partite Iva stanno richiedendo all’Agenzia delle Entrate il contributo a fondo perduto (per il quale si ha tempo fino al 28 maggio), previsto dall’articolo 1 del Dl 41/2021 (il cosiddetto decreto Sostegni), attualmente all’esame del Senato in prima lettura, esponenti del governo stanno riflettendo sui parametri da utilizzare per la quantificazione della prossima tornata di “Ristori”.

Il primo ad aprire questa riflessione è stato il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti: nel corso del question time di mercoledì scorso alla Camera, l’esponente della Lega ha ammesso che il parametro utilizzato per la quantificazione del contributo a fondo perduto, ossia la diminuzione del fatturato del 2020 rispetto a quello del 2019, non è il più appropriato, mentre sarebbe più corretto basarsi “sulla diminuzione del risultato di esercizio del margine operativo lordo, che è la sintesi, esattamente, tra fatturato e costi, siano essi variabili, siano essi fissi, perché altrimenti le attività, le partite Iva su cui incidono maggiormente i costi fissi, sono quelle danneggiate e non ricomprese, non equamente ricompensate e indennizzate dal Dl del 22 marzo”, il decreto Sostegni, appunto.

In pratica il ministro fa riferimento alla circostanza che il danno subito dagli operatori economici, inclusi i professionisti, dipende non solo dal calo delle entrate (ovvero del fatturato), ma anche dal livello delle spese che si sostengono, che possono variare nella stessa direzione del fatturato (come le materie prime, il cui costo è proporzionale all’andamento della produzione, e quindi dei ricavi), oppure no, in quanto sono fisse, come è il caso dell’affitto dei locali dove si svolge l’attività, il costo del personale che non può essere inviato in cassa integrazione, le utenze, gli oneri finanziari. Dunque, l’indicatore che meglio fotografa il fabbisogno di sostegno da parte di imprese e partite Iva è, secondo Giorgetti, la differenza tra ricavi e costi di produzione dei beni e servizi realizzati, che in economia aziendale si definisce “margine operativo lordo”. Potrebbe quindi essere questo il parametro per il prossimo aiuto agli operatori economici, che eventualmente previsto da un futuro decreto legge “Sostegni”, destinato forse a essere ribattezzato “decreto Imprese”,  di cui già si comincia a parlare in questi giorni. Va detto che dal punto di vista contabile, la quantificazione del margine operativo lordo può essere relativamente facile per le imprese industriali e dei servizi, essendoci regole precise contenute nei principi contabili, che vanno seguiti per la quantificazione delle varie poste di bilancio, mentre potrebbe essere più complesso per le attività economiche più semplici, come quelle dei professionisti, dove non sono immediatamente applicabili le regole e i principi contabili.

In realtà, ancora prima che uscisse il Dl Sostegni, nelle pagine del Dubbio si era segnalato come la perdita di fatturato non fosse affatto indicativa della perdita di reddito, che costituisce invece il giusto parametro per quantificare il danno sofferto da imprenditori, professionisti, e altre partite Iva. In effetti, vi sono attività che generano un notevole fatturato, come nel caso dei gestori di impianti di vendita dei carburanti, ma il cui reddito è limitato a pochi punti percentuali del fatturato, mentre vi sono altre attività economiche, come quelle dell’erogazione dei servizi legali operata dagli avvocati, per i quali il reddito rappresenta in media il 70% del fatturato.  Un esempio può chiarire la questione. Si consideri un gestore di un impianto di vendita di carburanti, che a fronte di un fatturato di 300mila euro, ha un reddito pari al 5% dei ricavi, ossia 15.000 euro, e che ha sperimentato un calo del fatturato annuo del 30%, passando da 300 a 210mila. Di conseguenza, il reddito del gestore passa da 15mila a 10.500 euro, con una perdita di 4.500 euro. Nell’ipotesi di un indennizzo pari al 10% del calo del fatturato (90mila euro), ci sarebbe un rimborso di 9mila euro, che è il doppio della perdita di reddito. Si consideri ora un avvocato, che è partito da un fatturato di 100.000 euro, e quindi da un reddito di 70.000, essendo nel caso degli avvocati il rapporto tra fatturato e reddito pari al 70% (secondo i dati della Cassa forense il fatturato medio nel 2019 era pari a 60mila euro, e il reddito medio 40mila), e che ha subito percentualmente lo stesso calo del 30% di fatturato, ovvero passando a 70mila di fatturato, e quindi a 49mila di reddito. Nel caso dell’avvocato la perdita di reddito è di 21mila euro, ma l’indennizzo ipotetico del 10% sul calo del fatturato, pari a 3.000 euro (10% di 30mila euro di perdita di fatturato), rappresenta solo una frazione dei 21mila euro di reddito persi. Insomma, è facile essere d’accordo con il ministro dello Sviluppo economico che l’attuale parametro del calo del fatturato è lungi dall’essere un parametro giusto per la quantificazione degli aiuti.

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