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Stavolta il “fondo perduto” andrà pure ai professionisti: conferme dal governo

Decreto sostegno: esecutivo pronto a “restituire” il 30% del fatturato perso a chi sta entro i 101mila euro e nel 2020 è sceso del 33. Le categorie ordinistiche, avvocati compresi, non saranno esclusi
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E venne dopo nove mesi un atto di giustizia. O almeno: l’ipotesi di compierlo. A quasi 300 giorni dall’incredibile beffa del decreto Rilancio, con il quale a maggio 2020 vennero assicurati finanziamenti a fondo perduto per l’intero mondo degli autonomi tranne che per i professionisti, il governo pensa di eliminare la discriminazione. Nel prossimo decreto legge, che si chiamerà “Sostegno” anziché “Ristori”, saranno ammessi alle misure di compensazione delle perdite anche gli iscritti agli albi delle categorie ordinistiche.

Gli avvocati, dunque, che costituiscono la professione più numerosa (sono 245.050) e con loro commercialisti, consulenti del lavoro, ingegneri, architetti. Non si tratta più di una mera, vaga e incerta prospettiva, com’era stato a fine 2020. «La prossima settimana al massimo completeremo il provvedimento, cerchiamo di fare il prima possibile», assicura Laura Castelli, viceministra all’Economia in quota 5 stelle. Conferme dal solito stringatissimo Giancarlo Giorgetti, che interviene alla Camera: «Il testo vedrà la luce auspicabilmente entro la prossima settimana». I requisiti saranno verificati su base annua. Incentrati su una perdita di fatturato, che dovrà essere almeno del 33 per cento, nel 2020, rispetto all’anno precedente. Un primo schema di decreto aveva ipotizzato un raffronto fra le due annualità in base alla media mensile, poi si è virato verso un’opportuna semplificazione del calcolo. C’è ovviamente un limite di fatturato: 5 milioni. Vi rientrerebbe di fatto tutto mondo delle libere professioni e l’intera avvocatura. Altro dato certo è il numero delle partite Iva che sarebbero dotate del doppio requisito: 2 milioni e 700mila. Una percentuale che sfiora il 50 per cento del lavoro autonomo: sono 4,1 milioni le partite Iva che versano all’Inps e 1,7 milioni i professionisti che si distinguono per la previdenza gestita dalle casse. Si pensa a una gradazione per fasce di indennizzo: al di sotto dei 101mila euro il ristoro corrisponderebbe al 30 per cento della perdita. Dunque un professionista che vantava un fatturato di 100mila euro nel 2019 ed è sceso a 67mila nel 2020 riceverebbe il 30 per centro dei 33mila euro perduti, ossia 9.900 euro. Da 101mila a 400mila euro annui di fatturato sarebbe coperto il 25 per cento della perdita. Ma si tratta di ipotesi. Di bozze. In cui potranno pesare molte variabili. Una in particolare, prefigurata sempre da Castelli: «Cercheremo di estendere la misura per tetti più alti». Vorrebbe dire ampliare la platea, col rischio però che si riduca il beneficio economico individuale. «A scrivere materialmente il provvedimento sarà il ministero dell’Economia», chiarisce Giorgetti.

Tecnicamente la novità si realizza con una banale correzione alla logica del “fondo perduto” prevista dal Dl Rilancio: l’eliminazione dei codici “Ateco”, ossia della specifica indicazione, per sigle merceologiche, delle categorie beneficiate. Va detto che se per alleviare almeno parzialmente gli autonomi dal peso dei contributi previdenziali è stato stanziato, con la legge di Bilancio, un miliardo, e con una platea limitata al tetto reddituale dei 50mila euro, qui la dimensione dell’impegno finanziario è decisamente superiore. Prima di dare tutto per scontato si dovrà attendere il decreto. Ma già il fatto che ci si pensi in concreto potrebbe essere almeno un segnale.

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