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Caso Eni, veleni tra toghe a Milano: tra pm e giudici ora volano gli stracci

Il procuratore Francesco Greco replica alla lettera del presidente del Tribunale di Milano e difende i due magistrati che hanno condotto l'inchiesta sulla presunta tangente con «serenità, professionalità e trasparenza»
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Una vera e propria spaccatura. È quella che si è consumata nel Palazzo di Giustizia di Milano, dopo la recente assoluzione dei vertici Eni nel processo sulla presunta tangente da un miliardo e 92 milioni ai politici nigeriani per l’ottenimento del blocco petrolifero, secondo l’accusa la più grande tangente mai pagata da una compagnia italiana. Per i giudici del collegio giudicante – presidente Marco Tremolada, a latere Mauro Gallina e Alberto Carboni – il fatto non sussiste. Dunque una bocciatura in piena regola del lavoro della Procura, che giovedì, tramite una nota del procuratore Francesco Greco, si è chiusa a riccio a difesa dei due magistrati che hanno condotto l’inchiesta, l’aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto Sergio Spadaro, ai quali Greco ha manifestato vicinanza per aver svolto, «nonostante intimidazioni subite» il loro lavoro con «serenità, professionalità e trasparenza».

Un chiarimento che segue la lettera inviata dal presidente del Tribunale, Roberto Bichi, ai giudici del collegio, vittime di «gravi insinuazioni», avanzate proprio dalla procura. Il riferimento è alle dichiarazioni di Piero Amara, l’avvocato ideatore del cosiddetto “Sistema Siracusa”, accusato di aver costruito un vero e proprio sistema per condizionare le inchieste, a fronte di mazzette e prebende. A Milano Amara aveva dichiarato di aver saputo da Michele Bianco, a capo dell’ufficio legale di Eni, e dalla collega Alessandra Geraci, che Paola Severino e Nerio Diodà, tra i principali difensori del processo, “avevano accesso” al presidente Tremolada. A fine gennaio 2020 il procuratore Francesco Greco, mentre il processo era in corso, ha trasmesso le dichiarazioni di Amara alla procura di Brescia, competente per i reati commessi dai magistrati milanesi. Lì è stato aperto un fascicolo a carico di ignoti, con le accuse di traffico di influenze illecite e abuso d’ufficio. E il pm Fabio De Pasquale ha tentato di far entrare tali dichiarazioni nel processo, senza riuscirci. Nel frattempo il fascicolo a Brescia si sgonfiò – Bianco e Geraci negarono i fatti attribuiti da Amara, che non fu mai sentito né indagato per calunnia – e l’indagine venne archiviata, proprio per l’evanescenza delle accuse. Ma quei fatti, accusa Bichi, sono stati utilizzati per gettare ombre sui giudici. Il presidente parla di «subdole insinuazioni», provenienti proprio dall’interno del mondo della magistratura e che costituirebbero per la magistratura stessa «una espressione di degrado gravissima».

Il caso, stando alla lettera, non si chiuderà qui. Perché, scrive Bichi, «vi sarà modo di esaminare l’insieme delle circostanze una volta acquisito ogni elemento utile, per una valutazione compiuta della vicenda». Bichi ha infatti chiesto l’accesso agli atti dell’inchiesta archiviata a Brescia, dichiarazioni che hanno gettato un’ombra sul collegio, in particolare su Tremolada, facendo riferimento a «interferenze delle difese Eni».La sentenza ha rappresentato, dunque, l’occasione per rispolverare vecchie polemiche interne al Palazzo. E anche la scelta della procura generale, rappresentata da Celestina Gravina, di chiedere l’assoluzione per i due mediatori del caso Eni-Nigeria – l’avvocato nigeriano Emeka Obi e l’uomo d’affari Gianluca Di Nardo, condannati in primo grado a 4 anni di reclusione in uno stralcio del procedimento principale -, conferma la spaccatura. I due sono accusati di corruzione internazionale, ma per Gravina l’intera inchiesta avrebbe rappresentato «un enorme spreco di risorse», definendo un «avvelenatore di pozzi» Vincenzo Armanna, l’ex dirigente Eni che nel corso del processo ha accusato la compagnia e l’ad Claudio Descalzi (tra gli assolti nel processo ordinario), al punto di chiedere la trasmissione degli atti per l’ipotesi di reato di calunnia. Un «travisamento dei fatti», dovuto ad una «errata lettura degli atti».

E l’ultimo capitolo della vicenda Eni è arrivato ieri, con l’ok del gip Sofia Fioretta al patteggiamento per l’inchiesta Congo, con un risarcimento di 11 milioni di euro. Una decisione alla quale si è arrivati passando per la riqualificazione del reato, da parte del pm Paolo Storari, da corruzione internazionale ad induzione indebita internazionale. Non «un’ammissione di colpevolezza», si legge in una nota di Eni, ma un modo per evitare un nuovo, costoso e lungo processo.La sentenza sul caso Nigeria, spiega al Dubbio Frank Cimini, storico cronista di giudiziaria dal Palazzo di Giustizia di Milano, ha fatto dunque da detonatore. Nel suo comunicato, Greco ha ribadito che «in materia di corruzione internazionale l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale è rafforzata dagli impegni assunti dallo Stato Italiano con la Convenzione Ocse di Parigi nel 1997». E sull’obbligo, ovviamente, non si discute. Ma in aula la stessa accusa, ricorda Cimini, ha ammesso l’assenza della «pistola fumante» e, dunque, la fragilità dell’intero impianto. Greco ha puntato il dito contro i «recenti articoli di stampa», ricordando i tentativi di inquinamento dell’inchiesta, che rappresenterebbero un tentativo di «delegittimare il pubblico ministero di Milano». La spaccatura, a pochi mesi dal pensionamento del procuratore, apre ora diversi scenari. La questione – nel mentre i magistrati invocano un’assemblea, attualmente congelata – potrebbe arrivare anche davanti al Csm. Le reciproche accuse, infatti, potrebbero spingere qualcuno a chiedere l’apertura di una pratica a tutela di una (o entrambi) le parti, ma si potrebbe arrivare anche ad uno scenario più pesante, ovvero la richiesta di trasferimento, qualora gli strascichi portassero a determinare una eventuale incompatibilità ambientale.

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