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«Caro Ermini, le regole ci sono. È il Csm che “promuove” tutti i magistrati italiani…»

Valutare i magistrati? Intervista a Giuseppe di Federico, professore emerito di Ordinamento giudiziario dell’Università di Bologna.
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Dalle pagine del Messaggero si torna a discutere di valutazione professionale dei magistrati. Il primo a parlare è stato il vice presidente del Csm, David Ermini: «sono dell’avviso che nel valutare la professionalità di un magistrato via sia anche un controllo sulla qualità e sulla tenuta dei suoi provvedimenti». Poi è stato Carlo Nordio con un suo editoriale a plaudire l’iniziativa di Ermini. Critico invece si è mostrato, questa volta dalle pagine di Repubblica, il Presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, che ha detto: «In questi termini così radicali non posso che esprimere un fermo dissenso. […] I magistrati devono poter agire certamente senza un’aspirazione a vantaggi personali di carriera, ma anche senza il timore di ripercussioni sulle loro carriere». Di tutto questo ne discutiamo con Giuseppe di Federico, professore emerito di Ordinamento giudiziario dell’Università di Bologna. È stato Presidente dell’European Research Network on Judicial Systems  e componente  del Consiglio Superiore della Magistratura.

Professore cosa ne pensa di quanto detto dal vice presidente Ermini?

Se me lo avesse detto personalmente, avrei ricordato ad Ermini che già adesso i nostri criteri di valutazione dei magistrati sono i più stringenti, i più analitici, i più penetranti di quelli di tutti i sistemi europei che hanno un reclutamento di tipo burocratico come il nostro. Ciononostante, i dati delle ricerche da me condotte analizzando i verbali del Csm a partire dagli anni 1960 mostrano che la percentuale dei magistrati valutati positivamente ha variato, nei vari periodi, tra il 99,1% ed il 99,5%. Quindi negli ultimi 60 anni il Csm ha deciso di sua iniziativa di promuovere tutti i magistrati fino al vertice della carriera in base all’anzianità,  fatta eccezione per i casi di grave e documentato demerito (come le più elevate sanzioni disciplinari o condanne penali). Anche i pochissimi magistrati bocciati di solito poi sono promossi con due o tre anni di ritardo.  Quindi se non funzionano i criteri che già esistono, è ridicolo pensare ad altri criteri: l’attuale Csm, quello che lui stesso presiede, non effettua da tempo le valutazioni di professionalità ai fini dell’avanzamento in carriera.  È di fatto una violazione dell’articolo 105 della Costituzione, che assegna espressamente al Consiglio il compito di effettuare le “promozioni” dei magistrati, salvo a non voler ritenere che il nostro Costituente volesse dare al termine “promozioni” un significato diverso da quello che ha nella lingua italiana.

Nordio sostiene che il discorso di Ermini è rivoluzionario perché tocca essenzialmente i pm. Pensiamo solo al caso di Nicola Gratteri e ai tanti pm mediatici le cui inchieste poi vengono smontate nei vari gradi di giudizio. Per l’opinione pubblica invece la tesi dell’accusa è quella che rappresenta la verità. Quindi fa bene l’Unione delle Camere Penali a sollevare questo dibattito.

Come faccio a non dichiararmi d’accordo con Nordio e con le Camere penali sul fatto che la proposta fatta dal V. Presidente del Csm avrebbe effetti positivi sia per la protezione dei diritti dei cittadini nell’ambito processuale sia per le casse dello Stato. Queste cose le ripeto da quarant’anni, anche nel lungo periodo in cui il dirlo era considerato sovversivo e avversato non solo dai magistrati ma anche nell’ambito universitario.  E a nulla valeva ricordare le soluzioni ordinamentali che in vario modo trovavano applicazione negli altri Paesi democratici.  E ha ragione Nordio nel ricordare che negli Stati Uniti i pubblici ministeri vengono considerati inadatti a svolgere le loro funzioni, e anche licenziati,   se ricorrentemente portato dinanzi al giudice cause che si  dimostrano prive di fondamento.

– Leggi anche: Il no delle correnti alla riforma Csm? Nasce pure dal fastidio per gli “avvocati intrusi”

Contrario alla proposta di Ermini si è espresso su Repubblica il Presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia.

Io ho fatto ricerche sugli assetti e il funzionamento del pubblico ministero in numerosi Paesi democratici. Non dico che non esistano problemi che possono intimidire il pubblico ministero allorquando si valuta il suo operato. Questo è sempre possibile ma a fronte di questo c’è spesso il problema di evitare che cittadini innocenti vengano gravemente danneggiati sotto il profilo sociale, politico, economico, familiare e della stessa salute a causa di una azione penale irresponsabile. Quindi un equilibrio tra indipendenza e responsabilità va ricercato – anche se a parer mio in Italia non si farà nulla. A nulla vale ricordare che vigendo formalmente il principio dell’obbligatorietà dell’azione qualsiasi azione del PM, per discrezionale che sia, diventa “un atto dovuto”, il pm può sempre affermare che in regime di obbligatorietà non poteva agire diversamente.

Secondo il professore Tullio Padovani «le indagini preliminari non sono coperte dal dovere che si pretende di ritrovare nell’articolo 112 della Costituzione. L’obbligatorietà dell’azione penale non si riferisce espressamente alle indagini preliminari».

Queste sono elaborazioni teoriche che, per quanto corrette e interessanti, di per sé non producono effetti. Io sono uno studioso empirico. Il problema è che il cittadino viene danneggiato ricorrentemente da iniziative ingiustificate che dinanzi al giudice cadono con una frequenza elevata.

E all’origine c’è un pm in cerca di notorietà e carriera.

È inevitabile. Il nostro pubblico ministero dirige in via esclusiva la polizia nella fase delle indagini ed in tale contesto è di fatto un poliziotto indipendente. In un Paese democratico un poliziotto indipendente dovrebbe essere una figura inconcepibile. Da noi in Italia   questo non viene considerato un problema degno di attenzione. Poi c’è un altro aspetto da rilevare nell’articolo di Nordio.

Prego.

Lui dice: «Tralascio di citare i Paesi dove il pm, come in Francia, dipende dal potere esecutivo». La Francia la questione dell’indipendenza dal Ministro l’ha risolta in maniera conforme ai Paesi anglosassoni: il pubblico ministero quando compie le sue scelte di natura discrezionale sta effettuando scelte di politica criminale. Ora, tutte le scelte di politiche pubbliche in un Paese democratico dovrebbero essere inquadrate in un sistema di responsabilità politica. Nel 1997 il Presidente Chirac creò una commissione per la riforma del processo penale e chiese di considerare la possibilità di distaccare il pm dalla dipendenza del Ministro. Al tempo anche a me fu chiesto un parere da parte di Robert Badinter (già Ministro della Giustizia, ndr). Cosa venne risposto a Chirac da parte della commissione presieduta dal presidente della Corte di Cassazione francese, ma composta per la gran parte da non magistrati? Che siccome non tutte le violazioni penali possono essere perseguite, il pm deve fare delle scelte che sono di fatto scelte di politica criminale, e che tali scelte non possono essere fatte se non nell’ambito del processo democratico. Che quindi non era possibile sottrarre il pm dalla dipendenza gerarchica dal Ministro della giustizia. Alla stessa conclusione è giunta la Corte costituzionale francese decidendo su una questione sollevata dal sindacato della magistratura di quel Paese.

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