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Il no delle correnti alla riforma Csm? Nasce pure dal fastidio per gli “avvocati intrusi”

Il plenum del Csm
I togati vogliono votare in plenum un documento che stronca il ddl Bonafede anche per le aperture al Foro nei Consigli giudiziari. I laici si oppongono all’anatema e fanno slittare la decisione a dopo Pasqua. Lanzi: «È un altolà illogico e basato su analogie insostenibili»
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Se ne parla dopo Pasqua. Il plenum di Palazzo dei Marescialli si è visto costretto a prendersi una lunga pausa di riflessione sul parere relativo alla riforma del Csm. Un ddl targato Bonafede, all’esame della Camera da diversi mesi, ma ormai nelle mani della nuova maggioranza e della nuova guardasigilli Marta Cartabia.

I togati del Csm in carica sono favorevoli a un documento di sostanziale stroncatura della riforma: a loro giudizio limiterebbe troppo la discrezionalità sulle nomine. Ma non solo. Non è l’unico problema. Ce n’è uno sottovalutato: nell’articolato proposto dall’ex ministro della Giustizia, ci sono significative aperture al ruolo dei “laici”, cioè di avvocati e accademia, in due decisivi contesti. Innanzitutto i Consigli giudiziari, cioè i “mini Csm” istituiti in ogni distretto di Corte d’appello, nei quali la riforma consentirebbe ad avvocati e professori di partecipare anche alle sedute in cui si vota sulla carriera dei magistrati. Un principio di trasparenza, che però le correnti vorrebbero limitare.

Come pure vorrebbero contestare l’apertura ad avvocati e accademia dell’ufficio studi di Palazzo dei Marescialli. Non un ingranaggio della burocrazia, ma l’ufficio in cui si redigono materialmente le pratiche sulle nomine, dove cioè si compilano fascicoli decisivi. Ora ci lavorano solo magistrati, scelti dalle correnti. Che anche lì non sembrano gradire intrusi.

Delle paradossali (alla luce del caso Palamara) ritrosie che i togati dell’attuale Csm mostrano persino su questo, parliamo con chi si è opposto, due giorni fa in plenum, alla “reazione”: il consigliere Alessio Lanzi, professore di Diritto penale alla Bicocca, che insieme con gli altri laici del plenum ha costretto appunto le correnti a rinviare il voto sul documento-stroncatura.

Lanzi: così noi laici ci siamo opposti all’anatema dei togati

«Il Csm non è la fotocopia dell’Anm e tanto meno è equiparabile ai Consigli giudiziari», dice Lanzi – eletto a piazza Indipendenza su indicazione di Forza Italia – che aveva tentato già in commissione di frenare la censura al ddl. «Il parere è molto articolato e complesso (oltre 190 pagine, ndr). La discussione si annuncia lunga, anche per il gran numero di emendamenti presentati. Noi laici, pur con differenti sfumature, abbiamo però già preso una posizione netta contro l’opinione di alcuni togati. anche sui Consigli giudiziari».

Lanzi ha fatto parte del “mini Csm” del distretto di Milano, dove il “diritto di tribuna”, reso obbligatorio da Bonafede ma non espressamente precluso dalle norme in vigore, era già previsto. «Da almeno 15 anni in alcuni Consigli giudiziari gli avvocati hanno questo diritto. Molto dipende dalla sensibilità del presidente della Corte d’appello, che è anche il presidente del Consiglio giudiziario. A Milano l’allora presidente Giovanni Canzio era particolarmente favorevole al fatto che gli avvocati fossero presenti nei Consigli giudiziari e che, anche senza partecipare al voto, fornissero giudizi a proposito delle valutazioni di professionalità dei magistrati».

Nel testo Bonafede si prevede, oltre al diritto di tribuna, la possibilità da parte degli avvocati, in caso di concreti elementi oggettivi a carico del magistrato, di portarli all’attenzione del Consiglio giudiziario. Si tratta di segnalazioni sul comportamento del magistrato, non sul suo operato. «Il parere, che è stato redatto dall’ufficio Studi del Csm, ipotizza criticità già per il semplice diritto di tribuna», ricorda Lanzi. «Evidenzia preliminarmente che con il diritto di tribuna l’avvocato verrebbe a conoscenza di valutazioni nei confronti del magistrato che dovrebbero rimanere segrete. Quando si parla della valutazione di un certo magistrato, dunque, l’avvocato che ha un processo con lui dovrebbe andar via».

«Csm non equiparabile ai Consigli giudiziari: lì il pm non va fuori ruolo…»

Ma per supportate questa tesi, nota ancora il consigliere, «è stato fatto un parallelo con il Csm: dicono che quando un avvocato va al Csm si deve cancellare dall’Ordine e non può esercitare la professione. Ma l’avvocato, nel Consiglio giudiziario, è un responsabile territoriale, come il magistrato. Entrambi continuano a fare il proprio lavoro. I magistrati del Consiglio giudiziario non sono messi fuori ruolo come i magistrati al Csm». E ancora: «L’avvocato, al Csm, professionista di area culturale designato dal Parlamento, è un rappresentate della società civile. Il Csm gestisce la magistratura nell’interesse della cittadinanza, non dei magistrati».

L’ufficio Studi ha fatto “confusione”, insomma. «E mi sembra molto offensivo nei confronti del Csm. Su un punto bisogna essere chiari: il Csm tutela l’interesse dell’amministrazione della giustizia, a che la cittadinanza abbia una giustizia come si deve. L’organo non deve essere autoreferenziale, non è una corporazione. Inoltre: vi pare possibile che mentre agli avvocati sia vietato anche sentire cosa dicono sui giudici, i pm possano votare le loro valutazioni di professionalità? Il pm, come l’avvocato, è parte del processo: ricordiamoci dell’articolo 111 della Costituzione».

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