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Sconto sui contributi per gli avvocati, ma l’esonero totale si allontana

Con l’ipotesi di estendere alle professioni ordinistiche i “ristori” del decreto Sostegno, sembra ancora più remoto il rafforzamento della misura prevista in legge di Bilancio: l’esonero dagli oneri previdenziali. Che riguarderà sì la maggioranza degli avvocati, ma resterà inesorabilmente parziale
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Verrebbe da citare Luciano De Crescenzo. O meglio, un suo indimenticabile film, “Così parlò Bellavista”, che annovera, fra i tanti, un personaggio ineffabile e afasico, il suocero del protagonista: non parla mai tranne che quando sente pronunciare da altri la parola magica «un milione». Solo allora riprende conoscenza, apre gli occhi e ritrova la voce per un istante: «’Nu milione, uh anema d’’o priatorio!…» («Un milione, oh anima del purgatorio!»). Poi si riaddormenta.

Ma nel caso dell’esonero contributivo c’è poco da rilassarsi: è uno dei rompicapo più indecifrabili tra quelli sospesi sulla scrivania di Andrea Orlando, neoministro del Lavoro. Sarà lui a dover emanare a breve i decreti attuativi (quasi certamente più d’uno, come prevede la norma) sull’esonero dai versamenti previdenziali. Solo che tutto ruota attorno a una cifra un po’ diversa da quella del suocero di Bellavista: non un milione ma un miliardo. Non è poco. Eppure sono tantissimi anche i potenziali beneficiari.

Perché, come ricorda l’articolo 20 della legge di Bilancio per l’anno 2021, possono accedere alla misura tutti i lavoratori autonomi e i professionisti che versano i loro contributi all’Inps, e tutti i professionisti che pagano le loro quote per la pensione alle casse private delle diverse categorie. Anche gli avvocati dunque, che versano a Cassa forense.

Ciò che adesso importa è appunto la platea dei possibili destinatari, formata da quasi 6 milioni di persone, e l’inevitabile domanda: basterà un miliardo? Basterà a consentire che chi rientra nei parametri di reddito possa vedere azzerata la propria quota? Basterà a risparmiare per intero i contributi minimi 2021 dovuti, nel caso dei professionisti, alla propria cassa? Oppure si dovrà adottare un criterio selettivo? E se sì, quale? Un ordine di presentazione delle domande? Sarebbe assurdo. Una riduzione proporzionale dell’esonero calcolata sulla base dell’importo relativo ai contributi dovuti da tutti coloro che rientrano nei limiti di reddito? Sembra l’esito più prevedibile.

Anche se un po’ deludente: l’esonero sarà «parziale» esattamente com’è definito dall’articolo 20 della legge di Bilancio, ma a quel punto si tratta di vedere di quanto, sarà «parziale».

Terza e ultima ipotesi: se l’ammontare della cifra necessaria a coprire tutti fosse insufficiente, lo Stato potrebbe rifinanziare il fondo, e assicurare copertura a tutti? Sarebbe l’ideale, però la legge dice che quel miliardo è da intendersi anche come tetto di spesa. Servirebbe perciò una norma di legge che superi il confine rigorosamente disegnato dalla Manovra.  Non impossibile ma piuttosto difficile.

Anche per un motivo intervenuto nelle ultime ore: il nuovo governo di Mario Draghi intende estendere finalmente alle categorie ordinistiche i cosiddetti “ristori”. Con il nuovo decreto, che si chiamerà “Sostegno”, anche chi esercita una libera professione potrà recuperare almeno una parte della perdita di fatturato sofferta nel 2020. Ma proprio il carattere assai oneroso della nuova misura rende molto complicato un ritocco verso l’alto dell’impegno previsto per l’esonero previdenziale.

In ogni caso l’incognita sui contributi c’è ed è notevole. Meglio una simile incognita che l’assenza assoluta di esonero, certo. Ma oltre alla platea degli aventi diritto, andranno chiarite un bel po’ di altre cose. Alcune in apparenza banalmente ovvie, ma fino a un certo punto. Ad esempio: cosa succede con i contributi soggettivi?

Tanto per chiarire: poniamo che un avvocato rientri nei limiti di reddito richiesti per ottenere l’esonero, che abbia dunque dichiarato un importo non superiore ai 50mila euro per il 2019 e che attesti per il 2020 (con la dichiarazione da presentare a giugno) un reddito inferiore rispetto all’anno precedente di almeno il 33 per cento. Vanta dunque il diritto, e non paga il contributo minimo previsto da Cassa forense per l’anno 2021, che è di 2.890 euro. Però poniamo che nel 2021 l’attività di studio si riveli, alla fine, complessivamente più redditizia — anche se in tempo di covid si tratta di un’ipotesi davvero complicata — e che il reddito dichiarato nel 2022 relativamente all’anno 2021 sia superiore alla soglia entro la quale l’avvocato deve versare a Cassa forense sempre e comunque 2.890 euro.

Più precisamente, supponiamo che quell’avvocato nell’anno 2021 raggiunga (e dunque indichi nella dichiarazione dei redditi del 2022) un importo assai superiore a 19mila euro, diciamo 30mila. A quel punto dovrà calcolare i contributi su quei 30mila euro, cioè il 15 per cento, che fa 4.500 euro. Visto che per l’anno 2021 non aveva versato alcunché a Cassa forense, perché era stato coperto dallo Stato, si può dare o no per scontato che non dovrà pagare tutti i 4.500 euro di contributi, e cioè che da tale ultima cifra debbano essere dedotti i 2.890 euro versati, in sua vece, dallo Stato a Cassa forense nell’anno precedente?

Logica e buonsenso suggeriscono una sola risposta: certo che sì. Ma anche qui, sarebbe meglio avere certezze.

A proposito di certezze, è inutile pretendere di averne sul numero o la percentuale di avvocati che accederà allo sconto contributivo, parziale o totale che sia. Al massimo si possono combinare alcune statistiche. L’unico dato stabile viene dallo studio di Cassa forense su “I numeri dell’avvocatura 2020”: tra le altre cose, vi compare un prospetto dei redditi dichiarati per l’anno 2019 dagli avvocati italiani, divisi per fasce d’importo. A rientrare entro la cifra di 50.050 euro, che corrisponde quasi perfettamente al primo fra i due limiti reddituali previsti per ottenere l’esonero, sono ben 182.250 iscritti.

Su questo così ampio segmento dell’avvocatura andrà verificata la frazione che ha anche accusato un calo reddituale di almeno il 33 per cento per l’anno 2020. Indizi? Solo uno: sempre Cassa forense ha operato una stima prudenziale, su base Istat, che indica un calo medio del 20 per cento. Se confermato, potrebbe voler dire che una percentuale tutt’altro che marginale di quei 182.250 avrebbe diritto all’esonero.

Se pure si trattasse solo del 15 per cento appena sulle classi di reddito contenute entro la soglia dei 50mila euro, parleremmo di oltre 27mila avvocati. Esonerarli totalmente dal versamento dei contributi minimi costerebbe quasi 80 milioni. Vale a dire l’8% della somma stanziata per coprire l’intero mondo del lavoro autonomo. Si tratta inevitabilmente di un pronostico fragile. Ma conferma l’impressione che con un miliardo, da tutta questa storia, potrà venir fuori uno sconto pro capite, non un sollievo assoluto.

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