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CAOS AL CONGRESSO – «La storia americana segnata dalla violenza»

Intervista al filosofo Biagio De Giovanni: «La democrazia americana ha in sé un fondo di forza che non troviamo nelle democrazie europee»
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L’assalto a Capitol Hill di un manipolo di militanti pro Trump è un avvenimento senza precedenti, certo. Ma attenzione: «La democrazia americana ha in sé un fondo di forza che non troviamo nelle democrazie europee. Si pensi alla violenza razziale e agli assassini presidenziali». Secondo Biagio De Giovanni – filosofo e politico, già esponente del Pci – per comprendere i fatti di Washington non si può tralasciare questo dettaglio. Anzi, bisogna «uscire dai miti delle società perfette».

Professor De Giovanni, la notizia del Campidoglio sotto assedio non l’ha quindi sorpresa?

Mi ha sorpreso certamente. È avvenuto ciò che nessuno poteva immaginare. Trump si è spinto oltre un certo limite. Ma non dimentichiamo che la maggioranza dei suoi elettori considera fondata l’accusa di uno svolgimento illegale delle elezioni. Il fenomeno Trump, insomma, non finisce: non solo per il dato bruto dei 75mila elettori che lo hanno votato, ma perché ha una carta enorme in mano.

Quale?

Farsi un partito ‘ personale’ che vada oltre il partito repubblicano e che potrebbe mutare il quadro del bipolarismo americano. Soprattutto perché, per ora, Biden non è sembrato un personaggio così carismatico.

Biden che, proclamato ieri nuovo presidente, dovrà trascinare l’America fuori da una crisi senza precedenti.

L’America ne uscirà senz’altro. Persino Trump ha detto che «la transizione avverrà in ordine». Ora Biden dovrà capire in che misura ereditare il trumpismo per non staccarsi da quel pezzo di America che pure esiste. Perché, è chiaro, l’America pre Trump non c’è più. Ricordiamoci che Trump era sulla cresta dell’onda e il suo fallimento alle urne non sancisce la fine del populismo. Semmai ha pagato una cattiva gestione della pandemia.

Come inciderà, negli equilibri internazionali, quest’altra America?

Trump era il segno della crisi delle democrazie rappresentative. I democratici si sono presi una rivincita. Hanno vinto in Georgia, uno Stato storicamente repubblicano. Ma prima ancora di essere il protagonista di quello che è successo a Capitol Hill, Trump è stato il segno di un mutamento profondo coinciso con la sua elezione: ha vinto il suprematismo bianco, l’America first, ha vinto con parole d’ordine che contrastano con quello che è stato il ruolo dell’America dalla Seconda Guerra mondiale in poi. È un’altra America, appunto. E come possiamo pensare che d’improvviso scompaia, quando parecchie delle ragioni per le quali era nata sono ancora irrisolte? Temo che nelle società post pandemiche ci sarà un aggravamento della situazione democratica, ma posso essere pessimista.

Crisi del modello democratico occidentale, dunque.

È in crisi la rappresentatività delle democrazie. Perché le società sono sempre meno rappresentabili: non hanno struttura, la società è atomizzata, precarizzata, non ci sono più le grandi alleanze. Questa dispersione fa emergere solamente gli argomenti “forti” e spiega la crisi del rapporto tra democrazie e liberalismo.

Con la conseguente diffusione del populismo?

C’è stata una ventata formidabile di populismo che secondo me ha avuto origine nella prima grande crisi politica che ha attraversato la globalizzazione, una quindicina di anni fa. Da questa crisi sono usciti argomenti sovranisti, sono tornate le identità nazionali. E se non ci saranno dei mutamenti radicali, in direzioni difficili da individuare, si perderà questo rapporto tra rappresentanza e società e prevarranno quelle che vengono definite democrazie illiberali.

Quali, per esempio?

La geopolitica di oggi è governata da grandi potenze dispotiche. Dalla Cina alla Turchia, fino alla Russia. Le democrazie illiberali che dispongono di unità di comando, e di unità di esecuzione del comando – come nella gestione delle pandemia – sembrano vincenti nel bipolarismo americano. Torna una lotta globale, e la sconfitta di Trump è un elemento che aumenta le possibilità positive per una lotta seria, se l’America si ricolloca.

Professore, passiamo all’Italia. Che in quanto a populismo ha certamente fatto da apripista in Europa.

L’italia spesso è un laboratorio politico. E Il populismo ha avuto una storia lunga e precisa in Italia. Il Movimento 5 Stelle, questa lotta contro le élite demonizzate, è stato certamente una sveglia.

Azzardiamo un confronto: Trump sta all’America, come Grillo sta all’Italia?

No. Grillo è un capo comico. Trump ha mostrato un talento politico enorme, ha dato un segno a un’era. Il trumpismo è un fenomeno americano, il populismo europeo è diverso. Quando c’è stato il populismo in Italia, semmai il Trump italiano era Berlusconi: un imprenditore che non aveva mai praticato la politica è diventato presidente del Consiglio. Ma non facciamo paragoni: Trump è cattivo, Berlusconi, in fondo, è un buono.

Per concludere, Lei si è detto pessimista a proposito del futuro della democrazie postpandemiche.

Ho un’impressione che potrebbe non essere confermata. Noi siamo fermi, ma il potere si muove, eccome, sulla base della legittimazione che ottiene dal virus. Il Parlamento non esiste più. Si governa per decreti. Siamo di fronte a una crisi delle mediazioni istituzionali.

 

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