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Bibbiano, dopo la gogna il processo: “Ma le prove che scagionano gli accusati sono sparite”

Dopo mesi di massacro mediatico inizia il processo di "Bibbiano". L'accusa degli avvocati difensori: «La procura ha operato una arbitraria selezione degli atti d'indagine, occultando elementi a discarico: impossibile l'esercizio del diritto alla prova».
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«Hanno sempre detto “parlateci di Bibbiano”, adesso iniziamo a farlo. Finalmente nella sede giusta». Oliverio Mazza e Rossella Ognibene sono sicuri: nei confronti di Federica Anghinolfi, ex assistente sociale dell’Unione della Val d’Enza, principale imputata del processo “Angeli&Demoni”, c’è «un pregiudizio diffuso ed effettivo» da parte dell’accusa. Un pregiudizio che, secondo i due difensori, trasuda da ogni pagina del fascicolo del pm Valentina Salvi, rea, a loro dire, di aver operato «una arbitraria selezione degli atti d’indagine», «occultando elementi a discarico», di fatto «rendendo impossibile l’esercizio del diritto alla prova».

Ovvero: molti degli atti indicati dal pm come fonti di prova nel fascicolo non ci sono. Spariti. Forse proprio perché – questa la tesi della difesa – tali atti sono «suscettibili di incidere senz’altro in senso favorevole sulla posizione» di Anghinolfi. Proprio per questo motivo ieri i due legali hanno chiesto la declaratoria di nullità dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, della richiesta di rinvio a giudizio e di tutti gli atti conseguenti, compreso il decreto di fissazione dell’udienza preliminare iniziata ieri, con la restituzione del fascicolo al pm.È questo, senza dubbio, l’evento clou della giornata di ieri nell’aula bunker del tribunale di Reggio Emilia, davanti al quale una decina di persone esibiva gli striscioni di quella che fu la campagna elettorale di Matteo Salvini per le regionali con gli slogan su Bibbiano. Un clima sicuramente meno feroce, caratterizzato dal rammarico dei presenti per l’assenza degli imputati, a loro dire «troppo vigliacchi per presentarsi» e da volantini con su impresso l’ingresso del municipio di Bibbiano e la scritta “La valle oscura” a caratteri cubitali. Niente scontro, dunque, ma le dif2ese, nel chiuso di un prefabbricato enorme, in passato destinato al maxi processo “Aemilia, hanno contestato un’indagine “piena di buchi”. Per chiedere la nullità della richiesta di rinvio a giudizio Mazza e Ognibene si sono rifatti ad una sentenza della Corte costituzionale, la 142/2009, secondo la quale quando il fascicolo del pm è incompleto c’è un vulnus del diritto di difesa. È stata Ognibene a fare uno screening di tutti gli atti d’indagine, dal quale sono emerse numerose «omissioni».

Tra gli atti mancanti c’è l’archiviazione del filone modenese dell’indagine sull’abuso d’ufficio, un documento importante, ma non disponibile, sebbene fosse alla base delle analisi delegate dal pm al consulente. «A nostro avviso – spiega Mazza al Dubbio -, non si tratta di mere dimenticanze, perché sono tutte prove a discarico». Una selezione «arbitraria e illegittima», contestano i due difensori, che elencano ben venti atti di assunzione a sommarie informazioni testimoniali di cui non si ha traccia, tra i quali alcuni molto importanti. Come ad esempio quello del maresciallo Andrea Berci, ex comandante della caserma dei Carabinieri di Bibbiano, ovvero colui che ha segnalato ai servizi sociali diversi casi di possibile abuso su minori. Berci fu sentito dal pm proprio sull’attività dei servizi sociali oggi finiti sotto accusa. «Si dice che questa “associazione criminale” andasse a cercare falsi abusi per costruirci sopra i propri interessi – afferma Mazza -, la verità è che molti casi partivano dalle segnalazioni delle forze dell’ordine, in questo caso da un maresciallo dei Carabinieri. C’erano abusi veri e coperture nei confronti degli abusanti che non dovevano essere scoperti. E questo Berci lo sa e quando verrà sentito sono sicuro che lo dirà». Altro atto mancante è la copia forense dei device sequestrati, che non è stata né depositata né consegnata alla difesa, che pure ne ha fatto richiesta tre volte. Ma non solo: mancano intercettazioni, decreti di autorizzazione e le registrazioni fatte da una delle minori durante un incontro con l’assistente sociale. Registrazioni di cui manca la trascrizione, «audio che è a nostra difesa», afferma Ognibene.

E manca la sit in verbale stenotipico di Maria Stella D’Andrea, parte del gruppo degli assistenti sociali e degli psicologi del servizio per lo studio dei casi. «Era la medico legale del gruppo e lo chiameremo come teste a discarico», aggiunge. Mancano, poi, i tabulati di 16 numeri di telefono, compresi voci e dati, ma anche i disegni della bambina del caso da cui tutto è scaturito. Si tratta del disegno che dimostrerebbe la sessualizzazione della minore, disegno che raffigura «l’organo genitale di un cavallo». Ma ciò che balza agli occhi è l’assenza dei fascicoli dei servizi sociali sui minori coinvolti, acquisiti dal pm su richiesta della difesa dopo l’avviso di conclusione delle indagini. «Questa mia istanza doveva avere una sua indicizzazione nel fascicolo del pm – spiega Ognibene -, invece è finita tra le istanze di copia fatte dalla segretaria e, quindi, tali documenti non sono inseriti nel faldone. E quelle relazioni sono importanti, perché il pm inserisce solo dei pezzi, disancorati dal contesto integrale della storia dei bambini. Ma è da questo che si capisce perché questi minori, che erano in carico ai servizi sociali da anni, qualcuno dalla nascita, vengono allontanati dalla famiglia. La storia integrale del minore ha una sua logica per capire le relazioni.

Così è impossibile riuscire a ricostruire il caso». Sul punto il gup deciderà probabilmente nella prossima udienza, fissata il 23 novembre. Sono 24, in tutto, gli imputati per il presunto business sugli affidi, tra i quali lo psicoterapeuta Claudio Foti e il sindaco di Bibbiano Andrea Carletti, vittima sacrificale della gogna pre elettorale. Otto le famiglie coinvolte, ma non tutte si sono costituite parte civile. Ci sono, invece, tra gli altri (48 il totale), il ministero della Giustizia, la Regione, l’Unione dei Comuni della Val d’Enza, l’Unione dei Comuni modenesi, l’Asl di Reggio Emilia, l’ordine nazionale degli assistenti sociali e quello degli psicologi e sette associazioni. Mazza ha anche chiesto l’astensione del gup Dario De Luca. La questione ha a che fare con il provvedimento firmato dalla presidente del Tribunale, che a settembre aveva, di fatto, indicato il collegio giudicante prima ancora che iniziasse l’udienza preliminare. «De Luca ha confermato che già a settembre aveva chiesto quale fosse la data del dibattimento, ma sostiene che ciò che non è significativo di un pregiudizio di colpevolezza, in quanto è una prassi utilizzata per tutti i processi», spiega Mazza. Richiesta respinta, dunque. Ma trattandosi «di un atto contra legem», la difesa si riserva di proporre ricusazione, «fondata sulla indebita manifestazione del suo convincimento. Ma è un terreno difficilmente sondabile – conclude Mazza – perché bisogna entrare nel campo psicologico del giudice».

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