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«La sinistra post Mani Pulite ha buttato diritti e libertà. E così è sparita dalla politica»

Parla il sociologo Alessandro Dal Lago, autore del saggio "Viva la sinistra"
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«Non è compito di un libro sull’idea di sinistra proporre soluzioni operative. Si tratta semmai di tracciare delle linee di principio, come suggerito qui più volte. Ovvero dei limiti insuperabili. Così, anche le soluzioni sono difficili, la coerenza va salvata a ogni costo». Il nuovo saggio del sociologo e accademico italiano Alessandro Dal Lago, Viva la sinistra (Il Mulino Editore), sembra dirci proprio questo: che non può rinascere un’idea convincente di sinistra se non ci si ferma a ricordare i valori inderogabili che da duecento anni ne sono stati faro e ancora di salvezza.

Dal Lago, cosa possono insegnare, in termini di ideali di sinistra, gli esempi forniti da Carlo Pisacane o Rosa Luxemburg?

A mio avviso, l’esistenza di valori non negoziabili. Principi a cui non si può e non si deve abdicare. Il Pd si è allontanato da essi nel momento in cui non ha posto come priorità il salvataggio delle vite, decidendo di rimandare indietro i migranti in una terra come la Libia, appannaggio di bande armate o seviziatori. Principi fondamentali dell’umanità, come il rispetto della vita e dei più deboli, sono stati ampiamente violati. Lo stesso direi riguardo posizioni rigidamente giustizialiste, testimoniate dall’acquiescenza del Pd nei riguardi della riforma Bonafede sulle intercettazioni. L’esempio rappresentato da Carlo Pisacane e da Rosa Luxemburg non è politico ma pre- politico. Per la Luxemburg un movimento di sinistra doveva ampliare le libertà borghesi, mentre per la sinistra post- Mani pulite le libertà borghesi contano poco o nulla.

Parlando del tema migranti: la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha recentemente affermato di voler rivedere il Trattato di Dublino. È fiducioso al riguardo?

Onestamente no. Non ho difficoltà nell’ammettere la sincerità dell’appello della Presidente von der Leyen, che tuttavia deve fare i conti con gli egoismi dei vari Stati e con la mancanza di una struttura capace di imporre delle scelte coerenti a livello europeo. Il Trattato di Dublino, che prevede che il primo Paese in cui giungono i migranti debba anche essere responsabile della loro gestione iniziale, riguarda principalmente i Paesi rivieraschi, ovvero Italia, Spagna e Grecia in primis. Salvini si è ben guardato dal rivederlo, in quanto l’arrivo di possibili clandestini a lui fa comodo come pretesto per poter imbastire polemiche politiche.

È cambiato il panorama rispetto al dibattito ideologico inerente l’opposizione destra/sinistra suscitato da Bobbio negli anni Novanta del secolo scorso?

È molto cambiato, in quanto le basi teoriche di tale dibattito oggi non sussistono più. Quando Bobbio ha identificato in Nietzsche il filosofo della destra e in Rousseau quello della sinistra, non si sarebbe mai potuto immaginare che il primo, nella lettura di Vattimo, sarebbe diventato un pensatore quasi libertario e il secondo sarebbe assurto a nume tutelare dei Cinquestelle, che di sinistra certamente non sono.

Più che di sinistra e destra, sarebbe più corretto parlare delle sinistre e delle destre?

Sì. Mentre nel campo della sinistra continua a persistere quasi soltanto il Pd, ma per il resto le sinistre non esistono più, le destre, anch’esse divise, manifestano tuttavia un sentire comune. Salvini e la Meloni, ad esempio, si disputano il medesimo elettorato, laddove Forza Italia si pone come formazione liberale di centrodestra. Oltre a loro si stagliano le destre fasciste – come Forza Nuova o Casapound –, che in qualche modo si riconoscono nei leader della destra istituzionale, nonostante Salvini e la Meloni lo neghino.

Quanto è costata, in termini di popolarità, l’adesione più o meno manifesta di certa sinistra a un modello ordo- liberista?

In Italia, Mario Draghi aderisce compiutamente a un modello ordo-liberista, secondo cui le leggi del mercato debbano dominare la società, mentre Matteo Renzi è fuori tempo massimo, un sopravvissuto di un tipo di cultura politica che ha avuto tuttavia un impatto enorme nel Paese.

Considera pericoloso il modello offerto dall’estrema destra al governo dei Paesi del gruppo Visegrad – «un tipo di vero e proprio bonapartismo» – cui attingono anche leader italiani?

Il modello culturale di riferimento mi sembra essere quello che parte da Trump per approdare a Orbán e Kaczynski. L’idea di fondo è che le regole democratiche vengano minacciate proprio da coloro che grazie ad esse sono arrivati al potere. I nuovi leader si presentano come uomini soli al comando e si rivolgono direttamente ai propri elettori, marcando un’evidente distanza con la democrazia parlamentare strictu sensu. Anche in Italia non mancano i loro emuli: la dichiarazione di Salvini dell’agosto del 2019, in cui chiedeva pieni poteri, o quella di Grillo al presidente del Parlamento europeo, in cui ha confessato di voler abolire la democrazia parlamentare in favore della democrazia diretta, sono discorsi di estrema destra.

Nel suo libro, attingendo alla grammatica antropologica, ha rilevato la differenza tra rituali liminali (coinvolgenti, totalizzanti) e rituali liminoidi (freddi, teatrali). Quanta incidenza hanno rituali e simboli cosiddetti liminali nell’attuale opposizione destra/ sinistra?

Un’importanza enorme. Tra rituali liminali e liminoidi esiste una differenza di grado. Il rituale di Salvini al Papeete era di tipo liminale, perché rivolto alla pancia della gente, così come quando Trump arringa folle osannanti contro i propri avversari politici. Il liminoide può identificarsi con la formalità, la teatralità del potere, ben rappresentata, ad esempio, dalle riunioni del Parlamento. La destra, oggi, è capace di utilizzare la sfera liminale, mentre la sinistra non lo è più: non è più capace di appellarsi ai sentimenti profondi, liminali, del proprio popolo.

Come, secondo lei, oggi le formazioni populiste hanno sovvertito la tradizionale narrazione binaria fra destra e sinistra?

La destra rappresentata da Meloni e Salvini rientra in una dinamica di opposizione destra/ sinistra; il vero problema è che i suoi leader si sono appropriati di una serie di istanze sociali che sono state abbandonate dalla sinistra. La difesa dei lavoratori anziani sembra – almeno a parole – essere diventata appannaggio del programma politico di Salvini, mentre la Meloni si pone come rappresentante del ceto impiegatizio pubblico del Sud.

Ritiene che le ultime Regionali abbiano segnato un buon risultato per la sinistra – una certa sinistra – o, quantomeno, un arresto delle aspirazioni della destra salviniana?

Le Regionali hanno segnato un sostanziale pareggio, oltre ad aver marcato l’interruzione del tentativo di Salvini di colonizzare il Sud. Non ci è riuscito, ed è probabile che nell’immediato futuro la Lega torni ad essere un partito soprattutto padano. Più che la sinistra, ha vinto un certo tipo di amministrazione locale rappresentata da personaggi pittoreschi come De Luca – che ha già dichiarato di essere al di là della destra e della sinistra – o Emiliano. Una sinistra politica in Italia non esiste più. Credo che oggi il gioco sia tra democrazia parlamentare, assimilabile al centrosinistra, da un lato e i tentativi dei neo- sovranisti, che temo essere destinati al successo, dall’altro. Leggo che, secondo alcune proiezioni del nuovo Parlamento ridotto, conseguenza della recente vittoria del sì al Referendum, la destra guadagnerebbe la maggioranza, una destra in cui Salvini e la Meloni avrebbero un peso preponderante. L’unica possibilità che ciò non avvenga è che, trattandosi di due leader in competizione, potrebbero indebolirsi a vicenda.

 

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