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La sperimentazione animale in Cina e i problematici aspetti etico- giuridici

Non si usano metodi alternativi, è il principale paese per l’esportazione di primati per la ricerca e non mancano istituzioni e/ o università straniere che “delocalizzano”
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La sperimentazione sugli animali non- umani, per testare la sicurezza e l’efficacia dei medicinali per uso umano, ha una risalente tradizione in Cina. Si ritiene che Chen Zangqi, vissuto al tempo della dinastia Tang ( 618- 907), fu il primo farmacologo a ricorrere in Cina alla sperimentazione animale. Fu seguito, in epoca moderna, da Qi Changqing, scienziato attivo presso l’Ufficio centrale per le vaccinazioni di Pechino. In particolare, il dott. Qi effettuò nel 1918 sperimentazioni su topi da laboratorio. Tali pratiche ripresero nel 1946, alla conclusione della seconda guerra mondiale, sempre utilizzando topi ( molti importati dall’India). Fondata la Repubblica Popolare Cinese nel 1949, la sperimentazione animali continuò su larga scala negli anni cinquanta del secolo scorso, con la creazione di laboratori ad hoc nelle principali città, a partire da Pechino e Shanghai. Nel decennio della Rivoluzione culturale ( 1966- 1976) la sperimentazione animale venne accantonata, al pari di quasi ogni attività di ricerca ( accademica e non). Terminato il caos cultural- rivoluzionario, nel 1987 venne istituita l’Associazione cinese per la scienza animale da laboratorio, di cui fanno parte attualmente oltre 2.800 ricercatori accademici.

La relativa disciplina giuridica venne per la prima volta introdotta nel 1988 dalla Commissione statale per la scienza e la tecnologia, poi ridenominata Ministero della Scienza e Tecnologia. La regolamentazione per l’amministrazione degli animali da laboratorio risale, appunto, al 1988. Successivamente, nel 1992, il Ministero della Salute ha approvato le Regole dettagliate di implementazione per l’amministrazione degli animali da laboratorio usati nelle sperimentazioni mediche, nonché gli standards per la sperimentazione medica che utilizza animali. Accanto alla disciplina nazionale, sono stati approvati regolamento locali. Per prima si è mossa la città di Shanghai, dotandosi di un regolamento sulla sperimentazione animale fin dal 1987. Pechino ha fatto altrettanto nel 1996. La Provincia di Guangdong, per esempio, ha disposto analogamente nel 2010. Allo scopo di superare una situazione “frastagliata”, è stata infine approvata nel 2016 la disciplina concernente gli standards nazionali per il trattamento degli animali nella ricerca biomedica.

Per garantire i controlli, sono stati altresì adottate nel 1997 le Misure sulla qualità del management degli animali da laboratorio, seguite nel 2001 dalle Misure relative alle licenze di management degli animali da laboratorio.

Le statistiche del Ministero della Scienza e Tecnologia della RPC indicano che ogni anno vengono utilizzati in Cina circa dodici milioni di animali per le finalità scientifiche della ricerca medica; fra di essi, topi, conigli, porcellini d’India, cani e primati. Da questo quadro giuridico, emerge in primo luogo che la Cina non ha sviluppato metodi alternativi alla sperimentazione animale. Essi includono, inter alia, le tecniche in vitro, le analisi chimiche, gli studi epidemiologici e i modelli bioinformatici. Tali metodi sono ispirati al principio delle 3R, ossia Replacement, che implica la completa sostituzione dell’animale; Reduction, quando l’esperimento medico viene effettuato diminuendo l’uso di animali; Refinement, allorché è la sofferenza animale a essere ridotta. Né si può parlare nella Cina popolare di correnti di antispecismo politico, che contestano lo specismo nonché la summa divisio tra “corpi che contano” e “corpi che non contano” ( id est, “uccidibili”).

Vi è, però, un secondo aspetto, che riguarda più da vicino i Paesi stranieri ( rispetto alla Cina). Questo perché, secondo i dati elaborati dall’Amministrazione forestale statale cinese, che è competente in materia di allevamento e utilizzo degli animali nella ricerca, la RPC è il principale Paese al mondo per l’esportazione di primati per la ricerca. La media della esportazione annuale di tali animali, che era di 3.000 negli anni novanta, è cresciuta fino a diventare di 40.000 nel decennio successivo. Sono 35 le “aziende” cinesi titolari di licenza per l’allevamento e l’esportazione di primati da utilizzare per scopi di ricerca in laboratori biomedici. E non mancano istituzioni e/ o università straniere che “delocalizzano” la sperimentazione animale in Cina.

Considerata la ( molto triste) sorte di migliaia di primati “da laboratorio”, sia nella Cina che all’estero, si pone un serissimo problema etico per gli scienziati occidentali che collaborano a progetti di ricerca biomedica condotti nella Repubblica Popolare Cinese, ovvero in Paesi importatori di primati originari della RPC. E ciò con buona pace del fatto che, nella RPC ( e per lo zodiaco cinese), il 2016 sia stato l’Anno della Scimmia ( cin. ?).

 

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