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Confessioni estorte con abusi e torture: una sindrome cinese

Zhang Yuhuan
Secondo un rapporto Amnesty già nel 2015 ci sono state circa duemila condanne illegali e basate su testimonianze estorte con la forza
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«Non è mai troppo tardi per correggere gli errori». Con queste parole il presidente Xi Jinping ha messo fine alla drammatica vicenda che ha visto protagonista un carpentiere cinese, oggi 52enne, finito in carcere per ben 27 anni, condannato per un assassinio avvenuto nel 1993 del quale però non esistevano prove sufficienti per detenere l’uomo.
Zhang Yuhuan ha così scontato metà della sua vita, 9.778 giorni, ingiustamente in una cella. E’ l’errore riconosciuto dalla giustizia che molto probabilmente non risarcirà mai abbastanza l’uomo. In realtà la vicenda è importante per diversi aspetti.
Il calvario di Zhang iniziò nell’ottobre 1993 quando i corpi di due ragazzi furono scoperti in un bacino idrico del villaggio a Jinxian, una contea di Nanchang, capitale del Jiangxi. Immediatamente i sospetti si appuntarono su Zhang, vicino di casa delle vittime.
Nel gennaio 1995, un tribunale di Nanchang lo ha dichiarato colpevole condannandolo a morte, poi la pena è stata commutata in ergastolo dopo due anni. Zhang ha sempre urlato la sua innocenza sostenendo di essere stato torturato dalla polizia durante gli interrogatori. A marzo 2019, sotto la spinta di innumerevoli appelli pubblici l’Alta Corte ha riaperto il caso e a luglio scorso i procuratori provinciali hanno raccomandato l’assoluzione del sig. Zhang sulla base di prove insufficienti.
Implicitamente si è riconosciuto che le confessioni del condannato erano state estorte con la forza. Quella della tortura non è una pratica inusuale in Cina, già nel 2015 un rapporto di Amnesty International aveva messo in evidenza come su 127mila verdetti emessi in quell’anno ben 1898 potevano essere ricondotti a confessioni ottenute illecitamente, tra queste solo in 16 casi la Corte aveva deciso di non accogliere le dichiarazioni dell’imputato anche se ciò era dovuto solo all’emergere di altre prove.
Si tratta di cifre ottenute tramite il lavoro di 40 avvocati, spesso i primi a subire le conseguenze delle loro denunce. Nel mirino delle autorità poi finiscono attivisti per i diritti umani, oppositori e i rappresentanti di minoranze etniche in lotta per il proprio riconoscimento.
Malgrado fin dal 2010 il sistema cinese abbia iniziato uno sforzo serio per sradicare l’uso delle confessioni forzate. Attualmente infatti, come nel caso Zhang, la condanna a morte deve essere approvata dalla Corte suprema cinese.
Ma tali riforme sono ostacolate dal potere per due principali motivi. La polizia in molte province è sottoposta a forti pressioni da parte delle autorità centrali per risolvere i casi, inoltre spesso vengono detenuti imputati definiti “politicamente sensibili” come nel caso dei musulmani Uiguri. E’ molto probabile quindi che un possibile miglioramento della giustizia cinese riguarderà solo la criminalità comune lasciando fuori chi viene considerato una minaccia per il partito Comunista.

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