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La lunga marcia elettorale del premier senza partito

La vera sfida di Conte: mantenere il ruolo di uomo libero. Se indossasse il logo 5 Stelle finirebbe stritolato nella guerriglia interna del Movimento
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Un anno fa Matteo Salvini aveva il Paese in mano. Tutto quel che doveva fare per cogliere un trionfo elettorale che avrebbe probabilmente cambiato i destini dell’Italia era scegliere bene i tempi di una crisi che tutti sapevano inevitabile. L’errore commesso sbagliando appunto i tempi della crisi gli è stato fatale, a conferma di quanto volatili siano consenso e popolarità nell’Italia di oggi.

Giuseppe Conte si trova ora in una situazione non identica ma simile. L’avvocato arrivato due anni a palazzo Chigi quasi per caso e con le vesti dimesse del comprimario ha in mano le carte per cogliere presto quella vittoria elettorale sfuggita un anno fa a Salvini: un risultato che lo blinderebbe al centro della politica italiana per gli anni a venire. Nel suo caso si tratta però di saper scegliere i modi della sua partecipazione alle prossime elezioni, non i tempi delle stesse. Quelli, salvo imprevisti mai tanto possibili come in questi tempi di pandemia, sono quasi già scritti.

Crisi ed elezioni in autunno, con una finanziaria da tempo di guerra in ballo e il Recovery Fund ancora da erogare, sono da escludersi, anche perché nessuno le vuole davvero. Subito dopo però il quadro si ribalterà. Con la riforma costituzionale e il taglio dei parlamentari prevedibilmente approvati e con una nuova legge elettorale, quasi certamente proporzionale, difendere la legittimità di questo Parlamento e la sua adeguatezza a eleggere il prossimo presidente della Repubblica diventerà più o meno impossibile.

La stessa scadenza del mandato di Sergio Mattarella nel 2022 ha radicalmente mutato di segno rispetto allo scorso agosto. Allora lo spettro di elezioni che, con il sistema elettorale in via di superamento, avrebbero consegnato il Paese alla destra e assicurato l’elezione di un capo dello Stato “sovranista” incise a fondo nella scelta di evitare lo scioglimento della legislatura a ogni costo. Oggi il quadro è opposto: queste stesse camere, con l’aggiunta delle Regioni, non sembrano in grado di assicurare l’elezione di un capo dello Stato europeista. Il logoramento della maggioranza messa insieme per evitare il voto 11 mesi fa è evidente. Le possibilità per una simile compagine di affrontare la fase difficilissima della Ricostruzione sono palesemente esigue. Lo stesso Conte, infine, ha tutto l’interesse a cavalcare l’onda delle popolarità raggiunta con l’emergenza Covid prima che svapori.

Dal prossimo giugno in poi votare sarà impossibile, prima per l’estate, poi per il semestre bianco. Le elezioni nel primo semestre del prossimo anno sono dunque, se non ancora certe, quantomeno molto probabili. Conte svolgerà un ruolo chiave: è la sua presenza il “valore aggiunto” che può fare la differenza ribaltando i pronostici dei sondaggi, che assegnano ancora la vittoria alla destra. Il problema è che, se approvata, la nuova legge elettorale lo infilerà in un tunnel dal quale non sarà agevole uscire. Si tratta infatti di un proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, che sarà però abbassata e portato probabilmente a 3%, senza correttivi maggioritari né collegi uninominali di sorta. Un sistema elettorale pensato per ridimensionare quello che appariva allora il leader sulla cresta dell’onda, forte di un travolgente consenso popolare, cioè Salvini. Lo stesso sistema mette dunque in difficoltà che si trova oggi in condizione analoga a quella in cui si trovava il capo leghista allora, cioè Conte.

L’attuale premier deve sia il ruolo chiave che è arrivato a svolgere che la diffusa popolarità proprio al fatto di essere, caso più unico che raro, un premier senza partito. E’ questa postazione che gli ha permesso di appoggiarsi ora all’uno ora all’altro, di imporsi come decisore di ultima istanza a fronte di una maggioranza lacerata da profonde divisioni, tra partiti e in ciascun partito, e di figurare in definitiva come l’unico collante possibile di una maggioranza altrimenti destinata a sfasciarsi al primo colpo di vento. La stessa singolare posizione di “senza partito” è all’origine, almeno in parte, del consenso che raccoglie in una popolazione la cui diffidenza nei confronti dei partiti è ormai quasi totale. Conte incarna il ‘ buon senso’ a fronte dei giochi spesso incomprensibili che vengono sempre, a torto o a ragione, addebitati ai partiti.

Con un sistema anche parzialmente maggioritario, Conte avrebbe gioco facile. Verrebbe presentato come il candidato premier di una coalizione, senza bisogno di ulteriori specifiche, con candidatura in un collegio uninominale. Col proporzionale che si riproporrà probabilmente per la prima volta senza snaturamenti dal 1993 le cose stanno diversamente. Fondare un partito ne lederebbe l’immagine e lo esporrebbe alla competizione diretta con gli altri partiti che dovrebbero poi sostenerne il ritorno a palazzo Chigi. Entrare nel M5S, partito che lo ha indicato ma del quale non fa parte, legherebbe la sua immagine a quella del Movimento, con prevedibili ricadute negative, e lo sprofonderebbe nell’eterna guerra civile in corso in quel Movimento. Insomma, per “Giuseppi” mantenere il ruolo fatato di uomo senza partito, al quale deve in realtà tutto, sarà una vera sfida. Non è detto che non riesca a vincerla…

 

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