Commenti & Analisi 7 Jul 2020 16:00 CEST

Se i candidati del Pd non aggregano inutile dare la colpa al M5S solitario

In Liguria c’è poco da fare, ma in Puglia e marche si poteva provare a coagulare un’alleanza per cercare di vincere

Il nervosismo del Pd per come si stanno mettendo le cose in vista delle Regionali di settembre fuoriesce da ogni pertugio del Nazareno come una fuga di gas e tracima su giornali e tv: così che già sembra costruirsi una sorta di analisi del voto preventiva, scaricando sugli altri la responsabilità di un’eventuale sconfitta. È un tattica antica: se si vince è merito mio, se si perde è colpa degli altri. L’insistenza persino drammatica con cui Nicola Zingaretti e Dario Franceschini implorano il M5S di allearsi in Puglia, nelle Marche e in Liguria è da leggere su due livelli. Il primo è ovvio: si tratta di regioni ( le prime due in particolare) dove senza i voti grillini i candidati Pd Michele Emiliano e Maurizio Mangialardi avrebbero una vita difficile, specie il marchigiano.

Il secondo motivo è invece strategico: l’impossibilità di trasferire sul territorio l’intesa di governo nazionale dimostra che la famosa “alleanza strategica” teorizzata da Franceschini e Bettini in realtà non esiste, è fallita ancora prima di nascere. L’intesa Pd- M5s che ha fatto nascere il governo Conte ( e infatti da quest’ultimo perorata con calore in vista delle Regionali) dunque si sta dimostrando per quel che è, un accordo parlamentare e non un patto politico di respiro strategico.

Strano che uomini così esperti come il leader del Pd o il ministro della Cultura si accorgano solo adesso che i grillini non sono e non intendono essere una componente organica di un nuovo centrosinistra ma vogliono custodire una loro autonomia, peraltro a livello locale sempre bocciata dagli elettori. Ed è dunque un po’ infantile che i capi del Nazareno sbattano il piedino per terra prendendosela con il partito di Vito Crimi che rompendo l’alleanza nazionale “farebbe vincere la destra”; una polemica che si eleva poi all’ennesima potenza a proposito di Italia viva, altro partito che snobba Emiliano e Mangialardi, un’ottima occasione per mettere in croce l’ormai odiato Matteo Renzi.

E invece le cose si potrebbero vedere in modo molto diverso, e con una qualche obiettività. Da molto tempo Emiliano è considerato un candidato invotabile non solo da Renzi ma anche da tanti dem, tanto è vero che il Pd l’anno scorso tentò di candidarlo alle Europee ma la cosa per varie ragioni non andò in porto; e successivamente si cercò di candidare il senatore Dario Stèfano. Ma la Emiliano machine è a suo modo una potenza, non tale comunque da convincere Renzi che ha candidato Ivan Scalfarotto. E nelle Marche il sindaco di Senigallia Mangialardi non convince tutti.

Una colpa non essere d’accordo? O non è invece un problema del Pd mandare in pista nomi che non aggregano? Insomma, lo schema Pd- M5s- LeU ( la famosa “foto di Narni” ai tempi della clamorosa batosta in Umbria) sembra ripetibile solo in Liguria ( forse), regione che peraltro al Nazareno viene considerata proibitiva. Il punto dunque, salvo smentite dalle urne, è che al momento i nomi scelti dal Pd non sembrano capaci di aggregare altre forze; ecco perché se il Pd dovesse perdere in Puglia e Marche, dove peraltro ha governato, non sarebbe colpa del destino cinico e baro, o di Renzi o del M5s. Sarebbe colpa sua.

 

 

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