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La strategia del rinvio e l’incognita della maggioranza assoluta

Ecco i troppi dossier irrisolti che si stanno accumulando sulla scrivania del premier
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Rinviare, rinviare, rinviare. Nel vocabolario di palazzo Chigi e dell’avvocato Conte l’antico ‘ Resistere, resistere, resistere’ si traduce così, nella convinzione che il tempo giochi sempre a favore della difesa, in questo caso del governo e della stabilità della maggioranza. Rinviare dunque, nell’auspicio che col tempo e con le mutate circostanze le contrapposizioni si stemperino, gli accordi diventino possibili.

Anche i rinvii, però, possono a volte provocare ingorghi e una circostanza del genere si è appunto data negli ultimi giorni. La levata di scudi del Pd a favore di una scelta rapida sul Mes, con tanto di pubblica esposizione del segretario Zingaretti, è conseguenza di una serie di rinvii su altri tavoli, primo fra tutti quello sul quale sono accatastate le carte relative alla modifica del dl Sicurezza. Sia chiaro: il Pd vuole davvero che il prestito garantito dalla nuova linea di credito dell’ex Fondo Salvastati venga richiesto dall’Italia. Non si tratta di una questione messa in campo per alzare il prezzo su altri tavoli o per calcoli politichesi.

Le cose stanno diversamente per quanto riguarda i tempi. La pressione per arrivare subito a una decisione che Conte e Gualtieri vogliono invece rimandare a settembre è svincolata dall’oggetto in questione, il Mes stesso. Deriva dal crescente nervosismo del Pd a fronte del quadro generale.

I dossier aperti e che tutti ripetono da settimane e mesi che devono essere chiusi il prima possibile restano insoluti: Autostrade, Alitalia, ex Ilva. La soluzione è sempre a un passo ma si tratta regolarmente del prossimo passo. Il Pd ritiene di stare pagando i prezzi dell’immobilismo del premier più di ogni altro. La ciliegina sulla torta al curaro è stata, la settimana scorsa, la richiesta dei 5S di rinviare a settembre anche le modifiche ai dl Sicurezza imposti da Salvini. Quelli che, stando agli accordi presi all’atto della formazione della nuova maggioranza nell’agosto scorso, avrebbero dovuto essere il primo passo del nuovo governo, a dimostrazione della ‘ discontinuità’ invocata all’epoca da Zingaretti. Non se ne è fatto niente e la richiesta di riparlarne a ombrelloni chiusi ha mandato su tutte le furie il Nazareno. Anche perché i sondaggi, con i 5S risaliti al 18%, a un passo dal 20% del Pd, dicono chiaramente che i continui slittamenti del premier sulle posizioni del partito che lo ha insediato per due volte a palazzo Chigi premiano i 5S e penalizzano il Pd. Forse anche per questo, ieri i 5S hanno abbassato il tiro sui dl Sicurezza. Al vertice con la ministra Lamorgese non si è parlato più di rinvio e la proposta presentata dal Movimento è considerata accettabile dai partner di maggioranza salvo che su un punto chiave: il mantenimento di multe salate per le Ong. E’ il solo vero scoglio. Se al prossimo vertice, che dovrebbe essere convocato per domani, sarà superato, il nuovo dl sarà incardinato prima dell’estate e, con un risultato simbolico molto importante ormai incassato, il Pd potrà accettare il rinvio della scelta sul Mes a settembre. Un pacchetto contenente la Nota di aggiustamento al Def, la traccia di Recovery Plan italiano e lo stesso Mes sarebbe certamente un boccone più facilmente digeribile per i 5S, soprattutto se a quel punto qualche altro Paese oltre a Cipro avesse annunciato la scelta di accedere al prestito.

Un rinvio totale, in grado di evitare spaccature della maggioranza in aula, potrebbe però rivelarsi impraticabile. Prima del vertice del Consiglio europeo del 17 ci saranno le comunicazioni del governo al Parlamento, con voto sulla Risoluzione finale. Quella di maggioranza non nominerà il Mes neppure alla lontana ma nulla vieta di presentare altre risoluzione, in questo caso con tanto di Mes, e qualche senatore quasi certamente lo farà. Le risoluzioni non sono alternative, dunque il Pd potrebbe votare sia quella di maggioranza che quella sul Mes, mettendo così in scena una clamorosa spaccatura della maggioranza. La mozione, peraltro, sarebbe sconfitta, avendo contro M5S, Lega e FdI e costituirebbe un precedente destinato a complicare le cose anche a settembre. Sarebbe un incidente serio ma sussistono rischi anche peggiori. La scostamento di bilancio necessario per varare il prossimo dl in deficit, necessita del voto della maggioranza assoluta dell’assemblea. Al Senato la maggioranza è ridotta all’osso: 162 senatori, uno in più del necessario, più i senatori a vita, tra i quali però si può contare con relativa certezza solo sui voti di Elena Cattaneo, Mario Monti, Carlo Rubbia e Liliana Segre. Renzo Piano interviene alle sedute di palazzo Madama solo molto raramente e Giorgio Napolitano è malato.

Se di qui al voto sullo scostamento altri senatori dovessero lasciare il gruppo pentastellato il rischio di non raggiungere i 161 voti senza il soccorso di Forza Italia sarebbe altissimo e non è affatto escluso che gli azzurri pongano il Mes come condizione per il loro appoggio. La tattica del rinvio è spesso utile ma ad abusarne si rischia di ritrovarsi impigliati in una rete con nodi costituiti dai vari capitoli lasciai in sospeso, che di solito arrivano al pettine tutti insieme…

 

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