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Quelle intercettazioni erano irrilevanti, per i pm di Palermo. Di Matteo, in audizione, lo ha omesso

L'ex pm di Palermo Antonio Ingroia: la sua Procura, inizialmente, aveva definito penalmente irrilevanti le intercettazioni dei colloqui di Napolitano acquisite nel corso delle indagini sulla "trattativa"
Nel suo intervento davanti alla bicamerale Antimafia, l’allora pm del processo “trattativa” ha rispolverato i tentativi di mediazione del Colle sui colloqui di Napolitano poi “bloccati” dalla Consulta. Peccato che lo stesso Di Matteo abbia omesso di dire che la sua Procura aveva definito inutili quei nastri, salvo cambiare improvvisamente idea
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Durante l’audizione di giovedì scorso in commissione Antimafia, il consigliere togato del Csm Nino Di Matteo ha fatto anche riferimento al periodo più aspro del processo sulla “trattativa” Stato-mafia, quello del conflitto di attribuzioni che l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sollevò alla Corte costituzionale. Oggetto del ricorso, poi accolto dalla Consulta, erano le decisioni che gli allora pm della “trattativa” avevano assunto sulle intercettazioni di colloqui telefonici del Capo dello Stato. Secondo il Quirinale le prerogative del Colle erano state già lese dai magistrati al momento della valutazione sull’irrilevanza penale delle telefonate intercettate.

Palamara è ovunque, pure nel processo trattativa

«Però vi voglio dire anche un’altra cosa – ha dichiarato Di Matteo davanti alla commissione Antimafia –. Se non ricordo male, a un certo punto proprio nel momento più aspro della polemica dovuta al conflitto di attribuzioni, il dottor Ingroia mi disse, a me e all’allora procuratore Messineo, che a Roma aveva incontrato il direttore di un noto quotidiano. Costui gli aveva detto che dal Quirinale gli avevano chiesto se c’era la possibilità di un qualche contatto con la Procura di Palermo, per risolvere questa situazione, e che in quel caso il punto di collegamento poteva essere rappresentato dal dottor Luca Palamara».

Sempre Di Matteo, poi, aggiunge che «in quel momento non capivo che cosa potesse entrarci (Palamara, ndr) con le vicende del procedimento trattativa Stato-mafia e con le rimostranze del Quirinale». E ha concluso: «Credo che il direttore cui aveva fatto riferimento Ingroia fosse l’allora direttore di Repubblica Ezio Mauro. Ma Ingroia potrebbe essere più preciso».

Le conferme di Ingroia…

Ebbene, Antonio Ingroia, contattato dall’agenzia AdnKronos, conferma tutto. «Fu per me stupefacente che in pieno scontro col Quirinale per il famoso conflitto di attribuzioni – riferisce l’ormai ex pm – il Capo dello Stato, presidente Napolitano, mi mandasse un’ambasciata attraverso il direttore di Repubblica Ezio Mauro, con la quale mi chiedeva se si poteva trovare un “accordo” per evitare il conflitto davanti alla Corte Costituzionale».

…e la smentita di Ezio Mauro

La smentita dell’ex direttore di Repubblica non si è fatta attendere e riferisce l’esatto contrario: «Fu Ingroia a cercare un canale du comunicazione con il Quirinale: ricordo una sua visita quando ero direttore di Repubblica e un colloquio su varie vicende. Ricordo anche un interesse di Ingroia a trovare un canale di comunicazione con il Quirinale».

Ricordiamo che la Corte Costituzionale ha dato ragione a Giorgio Napolitano, ordinando la distruzione delle intercettazioni. Ma cosa era accaduto? Nell’ambito dell’allora procedimento penale sulla trattativa Stato-mafia pendente dinanzi alla procura di Palermo, erano state captate conversazioni dell’allora presidente Napolitano nel corso di intercettazioni telefoniche effettuate su utenza di altra persona.

Fu la Procura di Palermo a definire irrilevanti le intercettazioni

Lo stesso procuratore di Palermo, rispondendo alla richiesta di notizie formulata il 27 giugno 2012 dall’Avvocato Generale dello Stato, aveva riferito, il successivo 6 luglio, che, «questa Procura, avendo già valutato come irrilevante ai fini del procedimento qualsivoglia eventuale comunicazione telefonica in atti diretta al Capo dello Stato, non ne prevede alcuna utilizzazione investigativa o processuale, ma esclusivamente la distruzione da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge».

Non solo. Con una lettera al quotidiano la Repubblica pubblicata l’11 luglio 2012, il pm Francesco Messineo ha ulteriormente affermato tra l’altro, sempre con riferimento alle intercettazioni, che «in tali casi, alla successiva distruzione della conversazione legittimamente ascoltata e registrata si procede esclusivamente previa valutazione della irrilevanza della conversazione stessa ai fini del procedimento e con la autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, sentite le parti».

Il ripensamento dei pm palermitani

Tutto bene quel che finisce bene? Nient’affatto. Arriva il dietrofront. La stessa Procura di Palermo poi decise invece di mantenere le intercettazioni agli atti del procedimento perché esse fossero dapprima sottoposte ai difensori delle parti, ai fini del loro ascolto, e successivamente, nel contraddittorio tra le parti stesse, sottoposte all’esame del giudice ai fini della loro acquisizione. Per questo motivo l’ex presidente Napolitano sollevò il conflitto di attribuzione e la Consulta gli diede ragione. Le intercettazioni in questione erano tra lui e l’ex ministro Nicola Mancino. Quest’ultimo all’epoca indagato per la “trattativa”, processato e infine assolto.

 

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