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Massimo Carminati ha scontato 5 anni al 41bis senza motivo. Giusto che esca

Se un comune detenuto, condannato per un fattaccio di corruzione, uscisse di prigione per decorrenza dei termini della custodia cautelare dopo aver passato quasi cinque al regime di carcere duro, senza alcun motivo, essendo alla fine stato assolto con formula pienissima dall'accusa di essere a capo di un'associazione mafiosa, nessuno ci troverebbe nulla di strano
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Se un comune detenuto, condannato per un fattaccio di corruzione, uscisse di prigione per decorrenza dei termini della custodia cautelare dopo aver passato quasi cinque al anni 41bis, il regime di carcere duro, senza alcun motivo, essendo alla fine stato assolto con formula pienissima dall’accusa di essere a capo di un’associazione mafiosa, nessuno ci troverebbe nulla di strano. Sui giornali la notizia comparirebbe forse in qualche trafiletto.

Di certo il ministero della Giustizia non spedirebbe con la rapidità del fulmine i suoi ispettori a verificare le ragioni per cui il Tribunale del Riesame ha deciso di rispettare i diritti di quel detenuto.Se a varcare ieri le porte del carcere di Oristano, senza obbligo di domicilio né di firma, fosse stato solo un tal Carminati Massimo, condannato a 14 anni e mezzo ma in attesa di ridefinizione della pena sproporzionata una volta caduta l’accusa di essere il Totò Riina della Capitale, le cose andrebbero effettivamente così.

Ma a uscire ieri dal carcere è stato invece il Nero, popolarissimo coprotagonista del più fortunato noir italiano di tutti i tempi, il Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo, una trasposizione sul grande schermo e due stagioni di una serie tv che ha aperto la strada a una quantità di epigoni. A andarsene libero come l’aria dal carcere di Oristano è stato il Samurai, protagonista del romanzo Suburra e del seguito La notte di Roma, entrambi dello stesso De Cataldo e del giornalista di punta di Repubblica Carlo Bonini. Anche in questo caso film e poi serie tv che ancora spopola sono seguiti a stretto giro.Soprattutto, lascia la galera l’uomo che nel 2012 era stato descritto dal giornalista dell’Espresso Lirio Abbate come uno dei “quattro re di Roma”, i boss che secondo l’inchiesta tenevano in pugno Roma. Gli altri tre erano tutti nomi notissimi, boss del calibro di Carmine Fasciani o Peppe Casamonica, Il vero oggetto dell’inchiesta era il quarto uomo, l’ex nar ed ex banda della Magliana che nessuno sospettava essere diventato nel frattempo un padrino.

Un articolo profetico: due anni dopo l’inchiesta della Procura di Roma nota alle cronache come Mafia Capitale confermava. Massimo Carminati era il vero boss della Capitale. Anche se a suo carico non comparivano fatti di sangue, anche se a intimidire i politici, secondo l’atto di accusa, non erano minacce formali ma solo il temuto nome. Anche se il quartier generale non era la villa dei Corleone a Long Island ma una stazione di servizio su Corso Francia e se la sua cosca erano vecchi camerati, amici e sodali dagli anni’70, dediti soprattutto al “recupero crediti”. Cravattari, come si dice a Roma.La sentenza di Cassazione ha smontato quel fantasioso impianto. Le motivazioni, uscite appena cinque giorni fa, la hanno letteralmente polverizzata. La biografia del supposto padrino avrebbe dovuto far suonare campanelli d’allarme sin dal primo momento.

Carminati ha frequentato davvero sia i Nar sia la banda della Magliana, soprattutto in virtù del forte legame con il fondatore e forse unico vero capo, Franco Giuseppucci, “er Negro”. Ha commesso crimini, compiuto rapine, secondo i pentiti si è reso colpevole di un omicidio ma le sentenze non hanno confermato. E’ stato processato per l’omicidio di Mino Pecorelli ma assolto. Sia nei Nar che nella banda era una specie di compagno di strada o fiancheggiatore, partecipe, rispettato ma esterno.La rapina al caveau del palazzo di giustizia della Capitale, nel 1999. Fu un colpo grosso che fruttò 50 mld di lire. Ma l’ipotesi che il vero bottino fossero documenti segreti che gli avrebbero poi permesso di ricattare buona parte dei togati della capitale è invece frutto di quella stessa fantasia sbrigliata che ha reso un malavitoso certamente temibile ma di medio calibro una leggenda del crimine.La sentenza di Cassazione dice a tutte lettere che Massimo Carminati non è mai stato il capo della mafia romana. Non si tratta di negare l’esistenza di organizzazioni mafiose a Roma.

Solo di chiarire che la banda dedita al recupero crediti di Corso Francia e il gruppo di corrotti e corruttori che si dava da fare intorno al comune di Roma non erano né mafiose né collegate tra loro, nonostante la presenza di Carminati all’interno di entrambe. Ma quella è la realtà di Massimo Carminati e non sarà mai tanto forte e potente quanto la leggenda del Nero e del Samurai. O la bufala del “quarto re di Roma”.

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