Commenti 3 Jun 2020 21:00 CEST

La Costituzione è di tutti perché è contro ogni dittatura

La Carta è contro tutte le dittature perché s’ispira ai valori della democrazia liberale. Così è stata interpretata da chi ha guardato all’Occidente

È antifascista tre volte. Ma è anche anticomunista. La Costituzione è antifascista perché, come osservò all’Assemblea costituente Piero Calamandrei, ogni articolo della prima parte rovescia come un guanto la concezione fascista dello Stato. Ma la verità è che la nostra Costituzione è a potenzialità multiple. Basterà l’esempio della cosiddetta Costituzione economica, dove sia il liberale sia il progressista possono vederci del buono. Del resto, sosteneva Giovanni Giolitti, le leggi si applicano ai nemici e s’interpretano per gli amici. Perciò, se i comunisti avessero vinto le elezioni del 18 aprile 1948, avrebbero potuto fare a meno di rivoltare come un calzino la Carta. Insomma, la Costituzione è contro tutte le dittature perché s’ispira ai valori della democrazia liberale. Com’è stata interpretata dalle forze politiche che hanno guardato sempre all’Occidente libero.

Facciamo un passo indietro: credetemi, ne vale la pena. In occasione della ricorrenza del 25 aprile il neodirettore di Huffington, Matteo Feltri, ha messo i puntini sulle i. Ha affermato che «la nostra Costituzione, scritta da tutti i partiti antifascisti, compreso il Partito comunista, è una Costituzione antifascista e, nella prassi, diventa una Costituzione anticomunista proprio perché conduce l’Italia nel mondo libero e democratico». Gli replica a stretto giro di posta il direttore della Fondazione Cercare Ancora, Alfonso Gianni, con parole all’apparenza paradossali: «Il ruolo dei comunisti fu dunque quello degli utili ingenui che scrissero una Costituzione che si rivolta contro di loro». Cose da scomodare Luigi Pirandello e Eugène Ionesco. E non so se mi spiego.

Dobbiamo allora concludere che siamo al teatro dell’assurdo, in cui i comunisti si prestano a recitare la parte degli utili idioti? No, le cose non stanno precisamente così. Certo, non c’è ombra di dubbio che la nostra Costituzione sia antifascista. E, guardate un po’ quanta grazia, per ben tre volte. E’ antifascista perché a darle vita furono i partiti antifascisti. Anche se ci perseguita l’irridente battuta di quella malalingua di Winston Churchill, che il 25 luglio 1943, non appena caduto il fascismo, se ne uscì con queste sferzanti parole: «Strano popolo, l’italiano. 40 milioni di fascisti e 40 milioni di antifascisti. Ma dall’anagrafe non risulta che gl’italiani siano 80 milioni».

Tuttavia la nostra Costituzione non è un monolite. Sulla prima parte, quella programmatica, si registrò un compromesso tra le tre culture: la cattolica, la socialcomunista e la liberale. Invece sulla seconda parte, relativa all’ordinamento della Repubblica, le cose andarono diversamente. Perché le sinistre non erano favorevoli né alla Corte costituzionale né ai referendum né alle regioni. Cioè a tutti i bilanciamenti del Potere. E guardavano con sospetto agli organi monocratici. Fossero il capo dello Stato o il presidente del Consiglio, che tra l’altro avevano il grave torto di essere insuscettibili di lottizzazione.

La Costituzione è poi antifascista perché, come osservò all’Assemblea costituente Piero Calamandrei, ogni articolo della prima parte rovescia come un guanto la concezione fascista dello Stato. Riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona umana. Stabilisce l’uguaglianza dei cittadini, senza distinzione – tra le altre – di razza e di opinioni politiche. L’opposto delle infami leggi razziali e del partito unico che non tollerava il dissenso. Sancisce la libertà di manifestazione del pensiero. Infine la Costituzione è antifascista per via della clausola prevista nella XII disposizione, che – si badi – è finale ma non transitoria.

Perciò valida in saecula saeculorum. Essa vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Disposizione impropria, perché di partiti fascisti ce ne furono due: il Pnf e il Pfr. Vale a dire il Partito nazionale fascista e il Partito fascista repubblicano, ai tempi della Repubblica sociale. L’uno fu sciolto ope legis da Pietro Badoglio. L’altro si sciolse a Milano nell’aprile del 1945 come neve al sole. È però il caso di dire che tutto è a posto ma nulla in ordine. Perché la tesi di Mattia Feltri non fa una grinza. Difatti quelle disposizioni della prima parte della Costituzione sono sì l’antitesi del fascismo. Però lo sono a più forte ragione del comunismo, come si è realizzato dappertutto. Tant’è vero che il Parlamento europeo ha equiparato nella condanna nazismo e comunismo.

Ma allora, per dirla con Alfonso Gianni, perché mai i comunisti si sono adattati a recitare la parte degli utili ingenui? Potremmo appellarci all’autorevolezza di un La Rochefoucauld: «L’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù». La verità è che la nostra Costituzione è a potenzialità multiple. Può essere letta, come osservava il solito Calamandrei, in diverse guise. Basterà l’esempio della cosiddetta Costituzione economica, dove sia il liberale sia il progressista possono vederci del buono.

Del resto, sosteneva Giovanni Giolitti, le leggi si applicano ai nemici e s’interpretano per gli amici. Perciò, se i comunisti avessero vinto le elezioni del 18 aprile 1948, avrebbero potuto fare a meno di rivoltare come un calzino la Carta. Insomma, la Costituzione è contro tutte le dittature perché s’ispira ai valori della democrazia liberale. Com’è stata interpretata dalle forze politiche che hanno guardato sempre all’Occidente libero.

 

Notizie correlate