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L’incubo recessione, l’incognita Mes e una maggioranza fragile. L’orizzonte incerto di Giuseppe Conte

Tutti i nodi di Giuseppe Conte, tra renziani sempre all'attacco, M5S al palo e divisi, il Pd che reclama potere e il "caso giustizia".
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La battaglia ( perché di questo si è trattato) sul dl Rilancio si è conclusa lasciandosi alle spalle ferite che difficilmente si rimargineranno. I 5S sono usciti sconfitti su tutti i punti qualificanti al punto che la fisionomia stessa della maggioranza esce dalla prova radicalmente modificata. Il peso del M5S e di LeU, che su molti punti si erano trovate vicine da agosto allo scoppio della crisi, è drasticamente ridimensionato. L’equilibrio tra la spinta delle forze in continuità con i governi pre- 2018 e quelle di sinistra o populiste è saltato a favore delle prime, Iv e un Pd che nella sostanza si è mosso quasi sempre sulla stessa linea dei renziani, sia pur con maggior discrezione. Le lacerazioni profondissime e di conseguenza l’inconsistenza del Movimento, così come il suo clamoroso vuoto di leadership, sono emerse tutte e in piena luce. La fiducia del Movimento in un Conte che, visti i rapporti di forza, fa ormai puntualmente fronte unico con il Pd, si è infine ridotta all’osso, in via di rapido esaurimento finale.

Le conseguenze non tarderanno a farsi vedere. Mercoledì al Senato si voterà la mozione di sfiducia sul ministro della Giustizia Bonafede. Iv non ha ancora sciolto la riserva. Nelle trattative sul dl Rilancio ha ottenuto moltissimo ma non ha alcuna intenzione di accontentarsi. La condizione, squadernata senza perifrasi nell’incontro della settimana scorsa tra Conte e i capigruppo di Iv è un impegno esplicito sul prossimo passaggio, quello che riguarderà davvero il rilancio, dunque investimenti e impostazione strategica di lungo periodo: il “piano- shock” sul quale martella Renzi. Ma i renziani non sono l’unico problema. Nel gruppo Misto, lievitato come sempre nel corso del tempo, ci sono molti ex 5S che potrebbero cogliere l’occasione per regolare i conti con il vertice che li ha espulsi e all’interno degli stessi 5S, vicinissimi allo sbando, potrebbero esserci sorprese.

Passaggio anche più pericoloso sarà la decisione sul Mes. Francia, Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo hanno deciso di non accedere alla nuova linea di credito. L’Italia sarebbe l’unico Paese a chiedere il prestito. E’ il quadro peggiore per il governo, che sperava al contrario in una erogazione generalizzata che avrebbe di fatto risolto il dilemma dell’Italia. In queste condizioni, invece, accedere da soli al credito Mes significherebbe presentarsi ai mercati denunciando e ammettendo la propria fragilità, definendosi automaticamente fanalino di coda dell’Unione. Il risparmio garantito dal tasso d’interesse vicino allo zero del credito Mes- Covid verrebbe compensato, probabilmente con gli interessi, dal conseguente aumento dei tassi sul mercato dei titoli.

Il rifiuto del prestito da parte di tutti gli altri Paesi dell’Unione fornisce quindi un argomento solido e non ideologico ai 5S che, dopo la sconfitta campale nel dl Liquidità, potrebbero cercare proprio su quel fronte la rivincita. Pd e Iv non hanno però alcuna intenzione di mollare e vogliono comunque, e a tutti i costi, chiedere il prestito. Anche perché, per quanto il governo faccia miracoli di equilibrismo, la situazione sembra essere già al confine dell’esaurimento di liquidità e forse oltre.

Se l’ennesima resa dei 5S, oppure uno schieramento secco e a sorpresa del premier con loro, salverà la situazione, l’ora della verità arriverà a settembre. I nodi della crisi economica arriveranno al pettine allora.

La speranza di Conte di poter disporre subito dopo l’estate dei finanziamenti del Recovery Found è quasi certamente illusoria. Il Piano avrebbe dovuto essere presentato dalla presidente della Commissione von der Leyen il 6 maggio. Continua a slittare perché quadrare il cerchio sul bilanciamento tra prestito e sussidi a fondo perduto, sui termini della quota in prestito e sul bilancio europeo è impresa ardua.

I tempi dell’Unione sono quelli che sono. Se il Recovery fosse attivo per i primi mesi del 2021 sarebbe già un risultato portentoso. Ma per l’Italia quei tempi sono troppo lunghi. In settembre il governo si troverà di fronte a un doppio bivio: come impostare la strategia per la ricostruzione, passaggio destinato a far emergere e probabilmente deflagrare le contraddizioni interne alla maggioranza, e decidere come trovare i fondi in attesa del Recovery, cioè a chi far pagare la crisi in Italia, scelta ancor più nevralgica per la maggioranza stessa.

Si tratterebbe di una sfida difficilissima anche per una maggioranza mediamente compatta. Lo è tanto più per una maggioranza quasi del tutto inconsistente.

 

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