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«Conte è un leader capace, ora la Ue dia risposte vere o si consegnerà agli Orban»

Il senatore Pittella (Pd): «Decideremo sul Mes solo quando sapremo come funziona. Ora concentriamoci su fondo per la ricostruzione e bond emessi dalla commissione»
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«Il Mes che fa venire in mente la Troika e il commissariamento di uno Stato sovrano non ha nulla a che fare col Fondo di cui parliamo in questi giorni». Gianni Pittella, vicepresidente Pd della commissione Politiche Ue al Senato, è uno che conosce bene i meccanismi europei. Europarlamentare per quasi vent’anni, quattro dei quali trascorsi come capogruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, Pittella spiega perché, a suo avviso, la discussione sul Mes parta da presupposti sbagliati. «In ballo c’è una linea di credito del tutto diversa dal passato, rispetto alla quale è inutile porre delle pregiudiziali. Proviamo a capire come funzionerà prima di aprire una discussione in merito. Il nostro sì o il nostro no potrà essere pronunciato solo quando tutto sarà definito: tassi di interesse, durata dell’aiuto, collegamento alla disciplina di Bilancio».

I detrattori del Mes temono però proprio questo: l’Eurogruppo ha solo sottoscritto un accordo di massima senza specificare i dettagli per accedere al prestito. È da qui che deriva la diffidenza?

Se ci saranno condizionalità basterà non attivare la linea di credito, non capisco quale sia il problema. Il governo ha sempre detto che non ricorrerebbe mai al Mes in presenza di condizionalità, le parole di Conte sono state molto precise. Altri Paesi hanno invece già fatto sapere che sono interessati ad aderire, non noi. Sono altre le priorità italiane.

Quali?

Il Fondo per la ricostruzione, alimentato da bond emessi dalla Commissione e capace di “racimolare” qualcosa come 1.500 miliardi. È indispensabile che l’Europa si doti di un piano unitario per l’emergenza e la ricostruzione. Anche il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha rivolto un appello accorato all’Unione: senza progetto comune vinceranno ovunque i sovranisti.

Basterà l’asse Italia- Francia- Spagna a spostare sulla via della solidarietà i Paesi del Nord?

Dobbiamo richiamare gli altri Paesi alla responsabilità di essere europei. Qui non c’è una crisi italiana, francese o spagnola che spinge gli Stati del Sud a chiedere sussidi, è l’Europa tutta a essere colpita da questa emergenza. Se va giù l’industria italiana crolla anche quella tedesca, siamo interdipendenti. A subire le conseguenze della pandemia è lo stile di vita europeo, che ci rende unici nel mondo, la nostra cultura, il nostro turismo. Senza una risposta unitaria la rabbia sociale potrebbe esplodere nei nostri Paesi.

Quando parla di risposta adeguata intende Eurobond?

Io sono un sostenitore di questa soluzione, ma capisco la contrarietà di Paesi come la Germania che per consentire la mutualizzazione del debito dovrebbero modificare la Costituzione. Bene, ma almeno facciamo i bond emessi dalla Commissione, garantiti dagli Stati membri: andranno a pesare solo sul debito del singolo Paese ma con tassi di interesse molto bassi.

Macron ha anche messo in guardia l’Europa sul rischio che il progetto unitario collassi in assenza di risposte adeguate. Potrebbe essere davvero l’ultima chiamata per l’Unione?

Di ultime chiamate ne ho viste tante negli anni. E per fortuna l’Europa, anche davanti alle crisi più profonde, è riuscita sempre a rialzarsi e ad andare avanti. Sono convinto che sarà così anche adesso, è nel nostro interesse comune. Dietro l’angolo ci sono gli Orban.

Ma è proprio lo spauracchio degli Orban a indurre alcune cancellerie a non concedere troppo alle nazioni in difficoltà.

È un errore clamoroso che può essere utile alla propaganda, non alla soluzione dei problemi. Nessun Paese si salva da solo. Dobbiamo reagire insieme utilizzando tutti gli strumenti a disposizione: i bond, il Fondo per la ricostruzione, il Sure, la Bei e, se possibile, usare anche questa nuova linea di credito del Mes.

La sensazione è che la discussione interna sul Mes abbia un po’ messo all’angolo Conte alla vigilia di un delicatissimo Consiglio europeo in programma il 23 aprile. Quello che dovrà trattare in Europa sarà un premier indebolito?

Non vedo Conte indebolito e ho apprezzato l’iniziativa chiarificatrice di Zingaretti, Marcucci e Delrio per spazzare via dal tavolo le pregiudiziali ideologiche senza mai mettere in discussione il loro sostegno al presidente del Consiglio. Su Conte, inoltre, se ne sono sempre dette troppe. In un primo momento lo accusavano di incompetenza e inesperienza, ma poi si è fatto conoscere a livello europeo ed è riuscito a sbrogliare parecchie matasse, intavolando interlocuzioni di altissimo livello con i più importanti leader europei e non solo. Non sottovaluterei la sua abilità di stare al gioco europeo e di tessere alleanze importanti.

Il Covid ha messo sotto gli occhi di tutti un’evidenza: di fronte a crisi di queste dimensioni il solo mercato non è in grado di fornire risposte ai cittadini. Finita l’emergenza andrà ripensato il modello di sviluppo?

Senza dubbio. E a mio avviso avremmo dovuto farlo anche prima, perché le avvisaglie si vedevano già da tempo. Mercatismo e turbocapitalismo finanziario hanno dimostrato le loro lacune. Dovremo pensare a un modello di sviluppo che metta al centro la persona senza mai dimenticare la dimensione sociale. Dopo questa botta dovremo essere in grado di non commettere più gli stessi errori.

È un monito alla sinistra italiana?

Alla sinistra europea, ma direi mondiale, che per un lungo periodo ha accarezzato idee ultraliberiste. È tempo di tornare a una sana socialdemocrazia capace di tenere insieme il ruolo dello Stato non solo osservatore e quello delle forze economiche.

 

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