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Il Dubbio del lunedì

Chi dubita delle leggi d’emergenza non è “amico” del virus…

Lo scontro tra diritti individuali e bene pubblico non è mai stato tanto acceso e attuale. E dubitare fa sempre bene. Anche perché la guerra sarà lunga
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Notizie sparse dall’Italia:

circa quarantaseimila persone sono state denunciate per aver violato le restrizioni imposte dal “coprifuoco” deciso dal Governo. “Abbiamo più idioti che contagiati”. Ha fatto eco il popolo dei social.

La procura di Genova (ecco l’articolo di Giovanni M.Jacobazzi), sta archiviando tutte le denunce perché, fa sapere, il “reato di passeggiata” non esiste nel nostro codice penale.

Mezza Italia ancora si indigna e impreca  contro chi – per lo più studenti fuori sede e giovani lavoratori con contratti ballerini e paghe incerte –  è scappato dal Nord sotto assedio. Forse non avevano ancora visto le migliaia di bare di Bergamo scortate dai camion militari, altrimenti avrebbero deciso, con tutte le cautele del caso, di accogliere chi fugge dalla guerra. O forse no.

Giornali e politici invocano pene più severe per chi viola le regole e se ne va impunemente a passeggio. Qualcuno chiede il modello coreano – tracciamento elettronico per tutti – e altri quello cinese: militari alle porte di casa, spesa razionata e pena di morte per i trasgressori.
Il premier Conte dice che no: non siamo la Cina e gli italiani, abituati ad un “grande individualismo e a radicate libertà civili, non avrebbero retto a misure più radicali”.

Nadia Urbinati, in un articolo che ha fatto il giro dei social, si chiede: “Ci viene detto che reprimere e chiuderci in casa è una soluzione temporanea. Ma quanto durerà il temporaneo?” Poi l’invito a non tacere e a dubitare, una sorta di esercizio democratico in tempi complicatissimi: ” Più delle norme emergenziali, si deve temere l’espansione di questa mentalità dispotica, che vorrebbe neutralizzare dubbi e domande.  Tacere e obbedire. Ma non è un male fare le pulci al vero se, sosteneva J.S. Mill, il vero si atteggia a dogma – se poi è un “vero” in costruzione, allora i dubbi e le domande sono perfino un bene!”

Qualcuno ha applaudito, altri hanno accusano Urbinati di intelligenza col nemico. Un nemico assai strano visto che il Coronavirus non è considerato una forma di vita. Di certo il conflitto tra bene pubblico e e diritti individuali non è mai stato tanto intenso.

E ad Urbinati sembra rispondere una ricerca dell‘Imperial College di Londra, (Impact of non-pharmaceutical interventions) l’istituzione scientifica che ha convinto Boris Johnson a rivedere il proposito di lasciar correre l’epidemia sperando nell’immunità di gregge. Gli scienziati hanno tirato fuori i numeri: “260mila morti in Regno Unito e circa un milione in America”. A quel punto Johnson ha cambiato idea e ha imboccato la via italiana iniziando a ridurre libertà e diritti. E alla domanda sui tempi delle restrizioni, gli scienziati inglesi hanno risposto netti: “Fino a quando sarà trovato un vaccino”.

Insomma, per ora abbiamo solo domande. Ma forse il senso è proprio questo: non smettere di porle. Perché la guerra sarà lunga…

 

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