Commenti & Analisi 12 Feb 2020 20:00 CET

Come ti difendo l’identità politica moderata. L’esempio della Merkel che bacchetta il Ppe

La segretaria della Cdu, Kramp Karrenbauer, costretta a lasciarne la guida per aver aperto all’alleanza con la destra afd tradendo gli elettori

Meglio perdere il governo che perdere l’anima. Meglio perdere la leadership della Cdu, col rischio di mettere a repentaglio persino il Cancellierato, che deviare dall’identità politica liberale e moderata. C’è una lezione per il centrodestra italiano e anche per il Partito popolare europeo di Donald Tusk, nella decisione con la quale Angela Merkel ha strattonato Annagret Kramp- Karrenbauer, che l’ultimo congresso aveva eletto – sia pure di misura – come segretaria della Cdu, per aver lasciato che si ipotizzasse in Turingia una mésalliance di governo tra i Cristiano- democratici e gli estremisti di destra dell’Afd.

Una convergenza che avrebbe deviato l’identità politica della Cdu, la sua intera storia, l’andamento impresso dal ventennio merkeliano, e anche i locali patti con l’elettorato, essendosi impegnata la Cdu per iscritto prima delle elezioni in Turingia a non allearsi mai né con la sinistra- sinistra della Linke, né con la destra estrema della Afd.

A cascata, come è noto, le dimissioni di AKK da segretaria della Cdu ( anche se sarà lei a portare il partito alle elezioni politiche del 2021, e resta ministro della Difesa).

Ma annunciando che non si candiderà come Cancelliera, AKK ha rotto uno schema tradizionale della politica tedesca, la coincisione del ruolo di segretario politico e candidato premier, aprendo scenari di instabilità imprevedibili sinora a Berlino. Ma tutto, per l’appunto, purché non accadesse «l’imperdonabile», per usare le parole di Merkel.

E tutto il contrario della via che il centrodestra italiano va percorrendo sin dall’apparizione di Matteo Salvini, con Berlusconi che vagheggia una propria supremazia, e anche quando tenta flebilmente di affermarla deve poi rientrare nei ranghi.

E’ la forza dei numeri, certo. Ma è anche la debolezza di profilo politico che ormai gli viene apertamente rinfacciata dai suoi stessi ranghi.

Dalla fuoruscita di Paolo Romani a Mara Carfagna, che ha sì fondato la sua “Voce Libera” ma è costretta a ripetere come un mantra «non ci sarà mai un successore di Berlusconi perché Berlusconi è irripetibile», i moderati di Forza Italia sono allo sbando, sparpagliati e sfibrati proprio dal decennale e irrisolto tema della successione.

E allo sbando è anche e soprattutto il loro elettorato, preda degli appetiti dei Renzi, dei Calenda, e in parte dello stesso Salvini e della Meloni, che recentemente tentano, sia pure di quando in quando, di sparpagliare briciole di moderazione in un intero catalogo di xenofobia, antieuropeismo, e concezione dello Stato assistenziale quando non direttamente autoritario.

Certo, di Berlusconi si deve anche notare che nel ventennio di dominio sulla società italiana ha richiamato quell’identità moderata solo a fasi alterne, e solo quando gli conveniva.

Ma da Merkel che tiene ferma l’identità liberale della Cdu dovrebbe trarre esempio anche il Partito popolare europeo, da meno di 3 mesi guidato dal polacco liberale Donald Tusk, che solo qualche giorno fa ha per l’ennesima volta riconfermato la «sospensione» dal partito di Fidesz e di Orbàn, il premier ungherese ostracizzato per le numerose violazioni dello stato di diritto in Ungheria. Mentre il Ppe ne discuteva, Orbán era a Roma a colazione da Berlusconi che lo blandiva, devi rimanere nel Ppe, le porte te le spalanco io, e poi a convegno con la Meloni, alla quale assicurava di voler portare i suoi 13 eurodeputati nel gruppo delle destre nazionaliste.

Il Ppe che traccheggia sui valori è lo stesso Ppe che tenta di ostacolare la via del cambiamento per l’Europa, dal rigorismo a una politica economica espansiva, più il linea con lo spirito dei Trattati.

Che abbia perso terreno alle ultime europee, come ovunque accade anche al centrodestra italiano imbelle davanti alle politiche a dir poco illiberali della Lega, è qualcosa su cui riflettere. Merkel, a quanto pare, l’ha già fatto. Anzi, non ne ha neanche avuto bisogno.

 

 

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