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Pandemia, un prezzo salato da pagare. Trump rischia grosso

Negli Usa calano gli investimenti e il pil è in ribasso, all’ 1%: la crisi cinese rischia di fare male a Trump. Pesano le mosse contro la Ue e Pechino l’agricoltura è in crisi: se calano I consumi cinesi tutti ci rimettono
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«E’ una questione molto seria e molto probabilmente provocherà problemi all’economia cinese e a livello globale, la FED sta già monitorando da vicino l’andamento e l’impatto dell’epidemia’. La parole del Presidente della FED, la Banca centrale americana, Jeremy Powell si stagliano nel panorama globale e attestano il ( forte) livello di preoccupazione che si respira a Washington, grazie alla crisi sanitaria globale del Coronavirus. Una preoccupazione che attraversa l’intera economia mondiale: basta pensare al mercato emergente e fondamentale degli smartphone 5G, in grande spolvero con il lancio delle reti mobile di nuovissima generazione.

E’ un mercato del tutto nuovo dove sono stati venduti nel solo 2019, quasi 19 milioni di dispositivi. E un mercato dominato da aziende globali asiatiche, cinque per la precisione, Huawei, Samsung e poi Vivo, Xiaomi ( entrambe cinesi) e LG, coreana. Huawei, il gigante cinese sotto attacco con poco successo dagli Stati Uniti, controlla il 37 per cento dell’intero mercato, seguito a ruota dalla coreana Samsung, con il 36 per cento. Un mercato emergente che proietta l’economia mondiale nel futuro dell’internet 5G, la rivoluzione tecnologica e sociale prossima ventura. Un mercato tutto made in Asia, China o Korea. Un mercato che ora potrebbe subire un ritardo nella sua esponenziale crescita a causa della crisi sanitaria globale durante la prima metà del 2020.

Ma le primissime preoccupazioni da crisi del coronavirus, Cina a parte ovviamente, arrivano da Washington. Le ragioni sono presto dette: l’economia Usa con Trump non sta andando benissimo e l’accordo commerciale Usa- Cina appena siglato che già era molto ma molto limitato, ora potrebbe non produrre alcun effetto positivo proprio a causa del coronavirus.

Donald Trump rischia di giocarsi le possibilità di rielezione proprio sull’altare dei contraccolpi da Oriente. I dati, dunque. L’economista, il professore Paolo Guerrieri, in una intervista per Radio radicale, ci spiega un po’ di cose. ‘ Gli ultimi dati mostrano la vera ragione che ha spinto il presidente americano a firmare a gennaio l’accordo commerciale per limitato che sia’. Prosegue: ‘ Gli investimenti negli Stati Uniti nel 2018 erano aumentati circa il 6 per cento; nel 2019 sono letteralmente crollati al 2 per cento circa’.

E il Pil nazionale americano nell’ultimo periodo dell’anno scorso è ad un incremento di poco superiore all’uno per cento. Il dato degli investimenti calanti è molto pericoloso per gli Stati Uniti. La situazione mondiale è dominata da una profondissima incertezza alimentata e accelerata dalle scelte di politica commerciale e di guerra economica degli Stati Uniti: questa situazione globale di fortissima incertezza ha determinato la caduta degli investimenti industriali in tutto il mondo. Il dato del crollo americano diventa quindi particolarmente significativo: esso è il frutto avvelenato delle scelte bilateraliste e assertive contro Cina ed Europa dell’amministrazione Usa. L’economia globale, si potrebbe dire, si sta ribellando a Washington. E proprio ora che Trump, spinto da questa situazione, ha firmato un accordo sostanzialmente di propaganda con Pechino, per cercare di arginare quei frutti avvelenati delle sue scelte, si ritrova addosso l’effetto di una crisi sanitaria nata proprio in Cina. Una nemesi politica per Donald Trump, si potrebbe affermare. Anche perchè le cose potrebbero diventare anche più serie.

Le stime degli istituti internazionali sugli effetti della crisi sanitaria in campo economico si fondano ovviamente sulla comparazione con un’altra situazione analoga, l’emergenza Sars, l’altra epidemia made in Far East.

Riandiamo indietro di qualche anno. La Sars, ovvero la ‘ Sindrome respiratoria acuta grave’, colpì la Cina prima e poi il mondo, dal novembre 2002 fino al 2003. Era iniziata, sembra, nella provincia cinese del Guangdong, uno dei luoghi chiave del tumultuosa sviluppo capitalistico manifatturiero della Cina della ‘ Riforma denghista’. La malattia fu identificata da un medico italiano, Carlo Urbani, è risultata mortale, secondo alcune stime, nel 15 per cento dei casi in cui ha completato il suo decorso, ma con un tasso di mortalità di circa il 7 per cento degli individui che hanno contratto l’infezione. Anche la Sars è provocata da un coronavirus. La Cina, allora, non fu molto trasparente nel diffondere dati e informazioni, in particolare nel collaborare con le competente istituzioni internazionali. Almeno all’inizio. E ciò aggravò probabilmente il corso globale della malattia e della crisi conseguente. Sembra che fu un network scientifico canadese ad aver dato il vero primo allarme a livello di comunità internazionale.

La crisi sanitaria della Sars dunque avvenne in un contesto cinese diverso da quello attuale. Oggi Pechino, pur probabilmente con qualche ritardo anche in questo caso, ha quasi immediatamente riconosciuto il problema e preso misure di contenimento anche estreme. In pochissimi giorni, tanto per dirne una, Pechino ha messo in quarantena almeno 15 città, di cui cinque con più di quattro milioni i abitanti, bloccandole pressochè del tutto: oltre 40 milioni di persone sono state quindi messe in quarantena. Le stesse autorità sanitarie internazionali, l’OMS, l’Organizzazione mondiale della sanità, stavolta è stata subito attivata. Ovviamente ci sono anche stavolta deficienze e manchevolezze nel sistema amministrativo cinese che saranno assai probabilmente oggetto di riflessioni e osservazioni anche dure nei prossimi mesi ai massimi livelli del Partito stato cinese, il Comitato ristretto del Politiburo. Ma sta di fatto che stavolta la Cina sembra che si sia mossa con un po’ più di trasparenza anche a livello internazionale, almeno riguardo le istituzioni globali competenti.

Con la Sars la frenata dell’economia cinese fu circa del 2 per cento del Pil nazionale. Basandosi su quel confronto, gli istituti di ricerca stimano una possibile rallentamento dell’economia del colosso asiatico al 4- 5 per cento di incremento del Pil per quest’anno.

La stima però potrebbe non dare conto dell’effettivo impatto economico della crisi sanitaria in Cina e nell’economia globale. Per ragioni strutturali, ci dice il professor Guerrieri: ‘ Oggi l’economia cinese a differenza che nel 2002, è molto più legata al mercato interno, ai consumi domestici e ai servizi. Quindi una contrazione dei consumi ad esempio nel periodo del Capodanno cinese, potrebbe avere altre conseguenze’.

Purtroppo per l’economia globalizzata c’è un altro fattore molto serio. Continua l’economista Paolo Guerrieri: ‘ La Cina nel 2002 contava il 4 per cento dell’economia mondiale; oggi conta quattro volte tanto, il 16 per cento. Non solo: il peso dell’economia cinese nell’incremento del Pil globale è ben maggiore del 16 per cento. Basta guardare all’economia del ‘ lusso’, dove l’incremento dei consumi cinesi pesa per l’ 80 per cento dell’incremento globale del settore’.

Insomma oggi, per dirla semplicemente, se la Cina prende il raffreddore, il mondo si becca la polmonite; ed oggi la Cina si è letteralmente presa la polmonite da coronavirus….

Ecco allora che le preoccupazioni, anzi diciamola tutta le paure di Washington, prendono corpo ed assumono il loro reale significato. L’accordo commerciale di Trump era ed è una intesa molto poco di sostanza, e molto di propaganda. Esso però stava comunque dando un pochino di serenità economica agli Stati Uniti. Trump poteva pensare di poter andare alle elezioni si novembre con più chances politiche. Oltretutto, gli acquisti di beni in particolari di quelli agricoli da parte cinese, sarebbero stati ossigeno puro per la sua campagna elettorale in stati tradizionalmente repubblicani ma comunque chiave come l’Iowa.

Ora tutto questo è ritornato in discussione: l’economia america- na, che già vive un crollo pericoloso degli investimenti, deve vedersela con un ulteriore incremento dell’incertezza e ciò costituisce di per sè un fattore molto critico. La crisi sanitaria potrebbe consentire alla Cina di ritardare ‘ legittimamente’ gli acquisti di beni agricoli dagli Stati Uniti e ciò colpirebbe al cuore la campagna elettorale di Donald Trump.

Non solo. Un’altro economista, Mario Deaglio, in un colloquio con Radio radicale per la presentazione dell’ultimo rapporto sull’economia globale intitolato significativamente ‘ Il Tempo delle Incertezze’, ci spiega come la quarantena di Wuhan potrebbe colpire disastrosamente proprio l’agricoltura americana. ‘ Wuhan è un importantissimo

hub per l’industria di costruzione dei trattori – ci spiega – le politiche di contenimento del coronavirus di Pechino hanno per ora bloccato anche quell’industria e quando le cose si saranno normalizzate ci vorrà qualche settimana per ritornare ai livelli produttivi usuali. Gli agricoltori che stanno aspettando quei trattori per la loro attività industrializzata rischiano quindi di non poterne usufruire’. Insomma l’agricoltura Usa non sarà certamente bloccata dal blocco di Wuhan ma subirà comunque danni non secondari. Gli stati agricoli repubblicani ringrazieranno Donald Trump per la crisi?

E poi ci sono le Borse azionarie internazionali. L’Asia risente della crisi sanitaria, ma ne subisce gli effetti anche il mercato azionario americano. E qui le cose sono comunque delicate. Per affrontare le crisi economiche, infatti, le Banche centrali hanno inondato il mondo di liquidità: la FED americana è quella che si è assunta il ruolo centrale in queste immissioni massicce. Ma quella liquidità è andata solo in minima parte all’economia produttiva fin dall’inizio della terapia anticrisi. Le scelte di guerra economica di Trump hanno esasperato la situazione producendo il crollo degli investimenti produttivi di cui abbiamo prima parlato. Tutto ciò, l’enorme nuova liquidità e la caduta degli investimenti produttivi, hanno favorito bolle e superbolle finanziarie. L’incremento dei valori azionari molto superiore alla crescita reale costituisce un segnale serio sulla reale condizione dell’economia mondiale del dollaro. Che potrebbe accadere ove la crisi sanitaria non fosse immediatamente riassorbita da scelte di Pechino?

Trump circa 20 mesi or sono aveva iniziato la guerra economica con Pechino per bloccarne la corsa all’egemonia tecnologica e per imporle l’apertura ‘ all’americana’ di settori cruciali dell’economia. Washington non ha raggiunto questi obbiettivi nel recente accordo commerciale con la Cina. Ed ora la crisi sanitaria sta mostrando in primo luogo agli Stati Uniti come e quanto la Cina sia indispensabile al capitalismo globalizzato in generale e a quello americano in particolare. Pechino e Xi JInping devono affrontare una sfida politica grandissima in questi giorni, ridefinendo la relazione storica fra governo centrale e governi locali ad esempio, e si tratta di una sfida epocale a causa della dimensioni della Cina; gli Stati Uniti e Trump possono ora soppesare meglio come Pechino sia diventata loro indispensabile. Economicamente e politicamente!

 

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