Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

“Si vis pacem” spara per primo e offri la trattativa

Trump rivisita il motto latino alla luce dell’america prepotente e «di nuovo grande» l’europa si trincera nella sua prudenza
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

La spietata operazione con cui Donald Trump, assumendosene la personale responsabilità, ha fatto fuori l’uomo- simbolo della sanguinaria determinazione militare iraniana, il generale Soleimani, è stato un pugno in faccia per tutti quelli che si apprestavano a salutare l’alba del nuovo decennio con un briciolo di fiducia nel futuro.

Le implicazioni, partendo da quell’ordigno esplosivo sempre innescato che è il Medio Oriente, sono talmente pesanti e complesse che nessuno può esimersi dal formulare, o almeno abbozzare, un giudizio su quanto avvenuto e sulle sue conseguenze. Si tratta di un avvenimento della massima rilevanza, su questo gli analisti e gli esperti di geopolitica sono tutti concordi, divergendo però subito in modo radicale perfino sulla sua definizione etico- politica: per alcuni atto di guerra improvvido e illegittimo, in quanto inquadrato in una guerra non dichiarata. Per altri, provvidenziale intervento di chirurgia preventiva.

Questi ultimi tendono insomma ad inquadrare l’assassinio a freddo del generale Soleimani in una strategia, nota fin dai tempi degli antichi romani e sintetizzata nel celebre aforisma latino “Si vis pacem, para bellum”. Cioè Trump, dietro il cipiglio guerrafondaio attribuitogli dall’opinione pubblica di tendenze democratiche, nasconderebbe una linea di condotta, certamente ambivalente e rischiosa, mirata a un duplice obiettivo: riaffermare l’immagine prepotente dell’America great again su cui ha basato il suo quadriennio vincente, in chiave elettorale; e, privando l’Iran di un pilastro tattico ed emozionale come Soleimani, allontanare di fatto l’eventualità bellica almeno fino a una completa e non facile riorganizzazione delle strategie militari iraniane. Il tutto nella consapevolezza che a pagare il prezzo dell’ira dell’ayatollah Khamenei saranno forse sì i contingenti americani ( valutabili in 60/ 70mila unità), ma soprattutto Israele e gli stati direttamente coinvolti nella conflittualità permanente in Medio Oriente per interessi economici, orientamenti religiosi e collocazione geografica.

Come sempre c’è da registrare l’atteggiamento a dir poco prudente dell’Europa, anche di fronte a eventi clamorosi come quello del 3 gennaio a Baghdad. La ragione è da ricercarsi soprattutto nelle divisioni di ordine politico che caratterizzano le opinioni pubbliche di un continente poco propenso a guardare con simpatia all’amministrazione Trump o anche alla tirannia putiniana in Russia, ma al contempo scosso, nell’ultimo decennio, da pulsioni sovraniste e populiste tendenti a smontare l’idea stessa di unità europea per inseguire poco fondate suggestioni nazionaliste.

Sono lontani i tempi in cui la cortina di ferro divideva rigidamente le zone d’influenza delle maggiori potenze nel mondo, consegnando a tutti una chiave di lettura ideologica degli eventi internazionali chiara, infallibile ed estremamente comoda, nelle sue distinzioni manichee tra la destra e la sinistra del pianeta.

Ora, per capirci qualcosa, tocca faticare molto di più.

L’impressione, sempre più diffusa, è che con un funerale a cui partecipano milioni di persone e in cui i morti da accompagnare al cimitero aumentano di trenta unità solo per aver voluto essere presenti, ci sia poco da scherzare. E che il detto latino, nel corso dei secoli e nell’indifferenza generale, possa essere diventato “Si vis bellum, para bellum”.

 

Ultime News

Articoli Correlati