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Centrodestra, opposizione senza pace: sembra il Pd

Litigi e veleni. Dal “pantano” calabrese, dove non c’è ancora un candidato governatore, al litigi tra Meloni e Salvini: a destra non c’è pace
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Tra i tre litiganti, Giorgia Meloni gode. Lei ormai veleggia tranquilla verso le due cifre percentuali, mentre Forza Italia galleggia a malapena e anzi a tratti boccheggia sotto il pelo dell’acqua al 5%, mentre Matteo Salvini si trova impantanato nelle secche della politica parlamentare e preso alla sprovvista dalle procure.

Nel panorama del centrodestra, pure sempre avanti nei sondaggi, il clima è non meno caldo rispetto a quello della compagine giallorossa. Ad agitare gli animi è lo stesso Salvini, ansioso di dare la spallata all’esecutivo Conte II tanto da tentare l’alleanza di scopo con l’arcinemico Matteo Renzi, anche lui nel mirino della procura: l’avvicinamento e il tavolo delle riforme proposto dal Carroccio è fallito e anzi, per la legge di Murhpy, ha prodotto l’effetto di irritare Meloni, leader di ferro che ha costruito la credibilità di Fratelli d’Italia proprio sul principio di una coerente intransigenza nelle alleanze, vere o anche solo di scopo.

Storicamente radicatissima nei territori e forte della vena nazional- popolare del suo leader adorato dalle piazze, la Lega vede ammassarsi nubi anche nelle Regioni. In Emilia la candidata Lucia Borgonzoni non è ancora riuscita nel sorpasso al candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini e, anzi, ha prodotto indirettamente la nascita del movimento delle Sardine, che hanno rubato la scena nazionale.

Così, da propulsore che era tenendo la candidata come semplice comprimaria, Salvini si sta silenziosamente ritirando dall’Emilia: si diradano le iniziative e le comparsate, e che Borgonzoni si aiuti da sè. Aria altrettanto rarefatta si respira in Calabria, dove il centrodestra dato per vincente a occhi chiusi non è ancora riuscito a trovare il candidato giusto: sull’azzurro Mario Occhiuto è calata la scure neopadana, ma lui è tutt’altro che pronto al passo indietro e minaccia la rottura.

Tanto basterebbe a rimettere in gara il Pd, altrettanto in confusione ma almeno formalmente deciso sul nome di Pippo Callipo. Unico spunto felicità prenatalizia, per Salvini arriva dal congresso straordinario del 21 dicembre. La fredda Milano è pronta ad archiviare il vecchio Carroccio e a battezzare la nuova Lega a immagine e somiglianza del suo leader.

Il quale, si sa, si galvanizza in mezzo alle folle, soprattutto se genuinamente plaudenti come quelle che si ritroveranno all’Hotel Da Vinci. Per ora la scaletta è blindata e, anzi, sull’evento è calato il velo del silenzio da parte di tutti i big: formalmente, all’ordine del giorno ci sono modifiche dello statuto proposte per il rilancio economico, la crescita e il lavoro in Italia, e solo alla fine le comunicazioni del segretario federale, che certificherà la fine dei soci militanti ( che avevano uno specifico peso politico), mentre resteranno i soci sostenitori.

Da copione, l’applauso a scandire Salvini- premier sarà l’auspicio per il nuovo anno. Astri ( e Parlamento) permettendo.

 

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