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Doping di Stato, la sentenza Wada: Olimpiadi e mondiali senza Russia per 4 anni

La decisione della Wada: gli atleti russi non parteciperanno alle olimpiadi di Tokyo e a quelle invernali di Pechino atteso il ricorso. Quattro anni di esclusione «manomessi I dati».
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«Per troppo tempo il doping russo ha distolto l’attenzione dallo sport pulito e la sfacciata violazione da parte delle autorità russe delle condizioni poste per il reintegro della Rusada, approvate nel settembre 2018, esigeva una risposta forte», a parlare è Craig Reedie, presidente dell’Agenzia mondiale antidoping ( Wada) che spiega in questa maniera determinata la clamorosa decisione di una delle massime istituzioni sportive nel mondo.

La Wada, riunita ieri a Losanna in Svizzera, ha comunicato di aver escluso, per i prossimi quattro anni, la Russia dalle competizioni olimpiche. A fortissimo rischio per gli atleti di Mosca sono così i Giochi di Tokio 2020, le Olimpiadi invernali di Pechino 2022. L’Agenzia ha ritenuto di dover procedere in questa maniera per una presunta recidività russa nel falsificare i dati dei controlli antidoping. Il provvedimento riguarda anche alti dirigenti dello sport russo e gli esponenti politici che potrebbero presenziare alle gare.

In realtà la vicenda parte da lontano. La Rusada ( l’organizzazione russa per i controli antidoping) era stata già sanzionata nel 2015, in gergo tecnico era stata definita “non conforme”, a seguito di un rapporto della stessa Wada realizzato dall’avvocato dello sport Richard MacLaren nel quale veniva evidenziata una situazione allarmante nell’ambito dell’atletica russa con una sorta di doping “sponsorizzato “dallo Stato.

Un’altra inchiesta dell’anno successivo, reso pubblico a luglio, precisava i termini delle accuse e se possibile rincarava la dose: la pratica del doping infatti avrebbe coinvolto una «vasta maggioranza» degli sport olimpici estivi e invernali. Nonostante tutto però nel 2018 la Rusada venne riammessa nel consesso dello sport mondiale dopo aver accettato di rendere noti i risultati delle sue analisi, realizzate nel laboratorio di Mosca, relative al periodo tra gennaio 2012 e agosto 2015.

Sembrava una storia chiusa dunque ma ancora una volta le comunicazioni russe hanno omesso elementi fondamentali. Anche quest’anno infatti risulterebbero incoerenze e manipolazioni dei dati antidoping degli atleti. E’ scattata così una nuova inchiesta e alla fine sono state accolte le raccomandazioni del Comitato di revisione della conformità ( CRC), una vera e propria azione forense sulla base della quale si è deciso per l’esclusione dalle massime competizioni.

Ora la Rusada ha 21 giorni di tempo per appellarsi contro la decisione presso il Tribunale arbitrale per lo sport ( Tas). Le decisioni di questo organismo sono inappellabili e le chance russe di ribaltare la situazioni appaiono ridotte al lumicino. Il ricorso dunque non sembra scontato e verrà approvato o meno dal consiglio di vigilanza della Rusada che si riunisce il prossimo 19 dicembre. Se infatti per il capo dell’Agenzia antidoping di Mosca, Yuri Ganus, non c’è «nessuna chance di vincere questo caso in tribunale», l’ex pattinatrice olimpica Svetlana Zhurova, ora deputata della Duma, è di tutt’altro avviso: «sono sicura al 100% che la Russia ricorrerà al Tas perché dobbiamo difendere i nostri atleti.» E sono proprio gli sportivi a subire le conseguenze più dirette non potendo gareggiare, anche se è stata lasciata una via di uscita. Coloro che riusciranno a dimostrare di non essere coinvolti nel “doping di Stato” russo potranno comunque partecipare sotto una bandiera neutrale. Apparentemente sembra un’incongruenza con la pretesa severità della Wada, ma è già successo. Nel 2018 infatti a Pyeongchangli, nel corso delle Olimpiadi invernali, 168 atleti russi furono costretti a rinunciare a inno e bandiera per un altro scandalo scoppiato dopo i Giochi di Sochi. Il medagliere fece registrare 13 ori.

In ogni caso, anche se inevitabile, la sanzione decisa della Wada rimane pesantissima, anzi c’è chi, come la vicepresidente dell’Agenzia antidoping mondiale Linda Helleland, ritiene l’esclusione «non sufficiente» e reclama misure «che non possono essere annacquate». Un freno per un mercato, quello del doping, in continua evoluzione che costringe le autorità di controllo a un costante adeguamento delle norme. Dagli ambienti della Federclacio russa però è trapelata la notizia che non verranno annullate le partite dell’Europeo 2020 ne la finale di Campion’s League. Per Vyacheslav Koloskov «la decisione Wada non annullerà la decisione della UEFA: non ci sono motivi per farlo.»

 

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