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Costretti a copiare la Cina: disciplina e meno individualità

Il rapporto tra individuo e comunità è decisivo. I cinesi privilegiano l’organizzazione sociale che viene prima delle persone
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Mauro Magatti e Ian Buruma hanno il merito di aver avviato una riflessione sulla Cina ad ampio spettro, cercando di andare all’origine del successo del modello cinese.

Entrambi mettono in luce l’influenza della cultura e in particolare del pensiero di Confucio nello strepitoso sviluppo economico della potenza cinese.

Senza considerare la tradizione confuciana e – aggiungerei – anche l’influsso della spiritualità buddista e taoista, più radicata di quel che non si pensi, è impossibile comprendere quello che Mauro Magatti chiama “l’intima armonia tra ordine politico, efficienza economica e integrazione culturale”, propria di quello che comunemente definiamo capitalismo di stato.

La via cinese alla modernità sembra realizzare un regime in cui l’organizzazione sociale viene prima delle persone.

La sfida di questo particolare modello di società, in cui confluiscono motivi religiosi e spirituali insieme ad un particolare regime politico – pone molti problemi all’Occidente.

Il rapporto migliore da stabilire tra l’individuo e la comunità si pone anche in Occidente. Anche in Europa, in cui sopravvive un sistema liberaldemocratico, occorre capire che la democrazia ha bisogno non solo di preservare i principi fondamentali su cui si regge, in particolare i diritti dell’individuo, ma anche di una rivoluzione interiore, un profondo cambiamento spirituale e culturale che ogni individuo deve compiere nel proprio intimo se vuole essere cittadino a tutti gli effetti e pienamente responsabile delle proprie scelte.

Una democrazia priva di cittadini consapevoli e maturi, difficilmente può adempiere alle proprie premesse, tanto più nell’epoca dei social media. Si è già visto nella storia europea l’estrema fragilità della democrazia messa alla prova di una grave crisi economica. Per sopravvivere alle tensioni sociali, la democrazia liberale avrebbe bisogno di un popolo che gradualmente evolva verso un’aristocrazia spirituale.

La Cina, grazie all’eredità confuciana e alla spiritualità orientale, non si può dire che aspiri alla democrazia, ma certamente ha formato cittadini con un forte disciplina individuale. I governanti cinesi, infatti, come sostiene Ian Buruma, si sono serviti del confucianesimo – che aveva e ha anche altri significati e implicazioni culturali – per rafforzare la gerarchia sociale e il potere autocratico.

Si potrebbe riassumere così la questione: in Cina, la spiritualità che permea le singole individualità concorda e sostiene, per ora, un sistema politico autoritario che nega i diritti di libertà. In Occidente, al contrario, un individualismo estremo, che rompe a tratti con la tradizione e la spiritualità giudaico- cristiana, si accompagna a un sistema politico fiacco e debole.

Entrambi sistemi hanno bisogno di accorgimenti: la Cina di convertire il confucianesimo in una libera evoluzione della persona come precondizione della democrazia; l’Europa e l’intero Occidente di rafforzare la democrazia decidente, che, per essere tale, ha bisogno di non abbandonare, anzi di rinverdire, le proprie tradizioni religiose e civili.

Questo spiega perché il modello cinese disponga di alcuni elementi essenziali di cui non può fare a meno anche il nostro sistema democratico, in cui si sommano una cronica debolezza delle istituzioni di governo con un’opinione pubblica sempre meno informata e responsabile. Di questo passo, senza accorgimenti radicali da parte dei regimi democratici, sia sul versante del potere di decidere della democrazia sia su quello di un popolo più “disciplinato” all’esercizio della democrazia, il modello cinese finirà per prevalere.

 

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