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De Giovanni: «L’alleanza Pd-5S è un mostro a due teste. I dem non hanno identità, sono il nulla»

Intervista al filosofo ed ex europarlamentare del Pci e del Pds. «L’identità è debole, svuotata dai conflitti irrisolti della sinistra: l’accordo con l’M5s può risvegliarne I lati peggiori. Apprezzo conte e il suo sforzo di costituzionalizzare il Movimento»
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«Io l’ho gia detto: l’accordo tra Partito democratico e Cinquestelle è un mostro a due teste. E vedo in effetti solo cose brutte. A cominciare dal Pd. Dal carattere che ha acquisito. E che, certo, è quello additato da molti: un gruppo politico privo di identità, incapace di rappresentare i cittadini, dunque privo di progetto e per questo in grado solo di provare a gestire il potere». Altro che “indole governista”. Al cospetto di Biagio de Giovanni, del suo liquidatorio e definitivo spregio per la natura che ritiene abbia assunto il Pd, certe critiche di altri grandi padri della sinistra italiana, da Macaluso a Bertinotti, sono carezze affettuose. Il filosofo ed ex europarlamentare del Pci e del Pds, professore e politico senza distinzioni ontologiche, è pesantissimo: «Il Pd occupa lo spazio del Nulla. E le assicuro che in filosofia lo spazio del Nulla è un tema molto complesso. Appassionante». Mamma mia: peggio di così è impossibile.

Aspetti, professore. Partiamo da zero. Frana il governo sovranista gialloverde, subentra l’imprevedibile connubio Cinquestelle- Sinistra: possibile che lei non avverta neppure un filo di sollievo?

E no che non lo avverto. L’ho già scritto sul blog che ho con Paolo Macry, Ragione politica:

l’esecutivo in gestazione è un mostro a due teste, una di quelle cose terribili dei quadri di Bruegel, dei fiamminghi del ’ 500. Lo so che secondo una definizione di buonsenso la politica è l’arte del possibile. Ma questo non vuol dire che tutto è possibile. Vuole sapere qual è il mio stato d’animo?

Certo.

Non vorrei sembrare troppo duro, ma prevale il senso del disgusto per l’inclinazione che ha assunto il discorso pubblico in Italia. Ormai non c’è più alcuna opzione che sia ritenuta impraticabile, tale è la superficialità in cui è precipitata la politica.

L’alleanza M5S- Pd non può essere letta come un’assunzione di responsabilità?

Il compromesso politico tra Cdu e Spd in Germania, per esempio, è il riflesso di un ragionevole compromesso culturale, tra due identità che vantano anche un secolo di storia. Nel nostro caso non c’è niente. Non si riesce a capire su cosa il governo nascente potrebbe reggersi. Anche se, devo dire, ammetto di aver finora sottovalutato Conte.

Vale a dire?

Il suo ruolo: mi pare abbia un progetto che nel frastuono delle ripicche tra Salvini e Di Maio non riusciva a emergere, e che ora appare più nitido: mi riferisco al suo tentativo di costituzionalizzare il Movimento 5 Stelle.

Il Movimento ha una vocazione anticostituzionale?

L’idea di consultare la piattaforma Rousseau per stabilire il destino dell’accordo col Pd è un attacco violento alla Costituzione. Parliamo di 40mila anonimi da cui dipende tutto, mentre il nostro sistema prevede che a decidere sulla fiducia sia il Parlamento. Ora, in Conte va riconosciuto lo sforzo di cambiare questa natura. Lo si coglie nel voto per Ursula von der Leyen, nella trattativa con l’Ue per evitare la procedura d’infrazione, nella durezza del discorso rivolto a Salvini. Ma il suo tentativo si infrange sulla natura profonda dei M5S, che rifiuta la democrazia rappresentativa ed è anticostituzionale.

E il Pd viene a patti con un partito a cui lei attribuisce una simile vocazione: lo fa perché, lei dice, si è perso di vista il senso stesso delle scelte politiche. È colpa di un linguaggio solo emozionale e slegato dalla realtà?

Sì, le parole del linguaggio politico non sono più sorrette dalle cose. Avviene nelle fasi di crisi: quando c’è stabilità sono stabili anche i nessi semantici; nelle trasformazioni come quella in cui siamo immersi è come se le parole volteggiassero alla ricerca delle cose da significare. E così si può dire tutto, siamo inondati da fake news, ed è svanito qualsiasi spazio pubblico affidabile in cui discutere.

Non è che tra Pd e M5s c’è invece un’affinità di fondo, per esempio su una visione della giustizia che la sinistra ha coltivato a lungo negli anni addietro?

C’è un’affinità, è vero. Ma in un senso inquietante quanto il mostro bicefalo di cui sopra. Perché il connubio con i Cinquestelle rischia di far emergere il peggio della vecchia sinistra: dall’assistenzialismo a un certo sottile disprezzo per le istituzioni, secondo cui in fondo le cose si decidono non in Parlamento ma altrove. L’assimilazione potrebbe riguardare anche il giustizialismo, certo, e in generale può spiegarsi con gli storici conflitti da cui la sinistra è dilaniata. Al suo interno hanno convissuto nature diverse, e devo dire che Renzi ne aveva provato ad archiviare la parte più contraddittoria.

Il suo riformismo è stato interpretato come un rifiuto della sinistra, non come la volontà di metterne in discussione i lati peggiori.

Lei dice che nell’accordo in arrivo il Pd finirà per appiattirsi sull’alleato.

Ci sarà una prevaricazione innescata dai numeri: i Cinquestelle in Parlamento hanno il 35 per cento. Vediamo, ma mi chiedo cosa potrà cambiare sul reddito di cittadinanza, ridicolo, che narcotizza i disoccupati del Sud o li spinge a lavorare in nero, al di là di alcune fasce di drammatico bisogno. Mi chiedo di cosa sarà della quota 100, che svuota la Pubblica amministrazione senza che vi sia ricambio generazionale. O cosa potrà cambiare sugli immigrati.

Possibile che l’identità del Pd sia così debole?

Scripta manent: 15 anni fa misi nero su bianco che il Pd era solo l’incontro di due culture sconfitte, la Dc e il Pci, e che non ne sarebbe venuto nulla di buono. Così è stato, soprattutto perché la sinistra non ha mai fatto davvero i conti con la propria storia, non si è mai interrogata seriamente. Ora è chiaro che l’identità è molto debole. E certo Zingaretti non mi pare un grande leader.

Cosa gli manca?

Ha l’esperienza dell’amministratore, non del politico. Ha intravisto i rischi che corre: lo si è capito quando ha detto di essere anche pronto al voto.

E lei preferirebbe una simile soluzione?

Capisco come dietro il sostegno internazionale raccolto da Conte ci sia il timore di trovarsi con Salvini presidente del Consiglio. L’Italia diventerebbe l’unico grande Paese europeo a guida sovranista. Così si spiega la posizione del presidente del Consiglio europeo Tusk, di Merkel, di Macron. Però io ragiono in modo diverso. Da irresponsabile, forse.

Irresponsabile?

Sì, perché dico: va bene, si vota, Salvini vince, e allora vedremo cosa può fare per il governo dell’Italia, non per la chiusura dei porti. Forse usciremmo dall’equivoco.

Lei dice che il Pd si acconcia ad accordarsi col Movimento perché ha un’identità vuota, perché si è perso tra le macerie dei propri irrisolti conflitti. C’è chi, da Macaluso a Bertinotti, traduce questo nella fenomenologia di un partito incline solo alla gestione del potere. L’unico residuo sopravvissuto al vuoto identitario sarebbe l’indole governista. È d’accordo?

Sì, condivido: possiamo tranquillamente leggerla in questi termini. Se non si ha un progetto, un’identità, o se è troppo debole, prevale l’utile. Ma guardi che io posso essere ancora più minimalista.

Faccia pure.

A costo di sembrare qualunquisti, credo che l’indole governista sia il rifugio di quell’ 80 per cento di parlamentari che non potrebbe mai essere riconfermato. Ai nostri tempi, se si profilava la fine della legislatura, il Pci aveva l’autorevolezza per rassicurare tutti sulla rielezione. Oggi non può farlo nessuno, nei Cinquestelle come nel Pd, e prevale la conservazione del privilegio personale. All’idea che il Pd si riduca ormai solo a una vocazione governista mi permetto di aggiungere questa aggravante.

Ma se davvero il Pd è prassi del potere e poco altro, vuol dire che è al suo punto più basso?

Sì, oggi il Pd è il nulla: se uno si chiede quale opposizione abbia praticato, quale identità politica e culturale abbia provato a darsi, se ne rende conto. In chiave metafisica si può dire che il Pd occupa lo spazio del Nulla, che è un problema filosofico anche assai intrigante.

Non c’è alcuno spiraglio positivo?

Sullo sfondo c’è quel tentativo autonomo condotto da Conte, non so con quanta consapevolezza. Resta solo l’immagine di un Di Maio che vorrebbe disperatamente tornare indietro, restituita da quel tentativo, opposto allo sforzo di Conte, di sottoporre l’accordo col Pd alla piattaforma Rousseau. Mi resta fino all’ultimo l’idea di un possibile colpo di scena, unica alternativa al mostro a due teste.

 

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