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La magistratura non deve fare opposizione al sistema, ma stare di fronte alla legge

La tesi di Colombo non è corretta ed è pericolosa perché attribuisce una funzione al magistrato non conforme allo spirito e al contenuto delle norme del complessivo ordinamento giuridico.
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Gli articoli di Iuri Maria Prado e di Gherardo Colombo in polemica tra di loro, pubblicati su “Il Dubbio”, sono importanti e significativi perché rappresentano in modo profondamente diverso il ruolo del giudice nell’attuale ordinamento giuridico e nella società moderna. Prado sostiene che “non è compito del magistrato far rispettare la legge“perché “il potere di indagare e giudicare le persone” non può essere interpretato in maniera così distorta. Colombo invoca tanti articoli della Costituzione ma soprattutto l’art. 3 che attribuisce alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli che impediscono lo sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, per attribuire al magistrato un ruolo complesso e multiforme.

Il ragionamento di Colombo in estrema sintesi è che lo scopo finale del magistrato è quello di far rispettare la legge “separando il grano dall’olio” e in più ha un compito del tutto particolare di far ricorso alla Corte Costituzionale per verificare l’aderenza delle leggi alle norme costituzionali.

La tesi di Colombo non è corretta ed è pericolosa perché attribuisce una funzione al magistrato non conforme allo spirito e al contenuto delle norme del complessivo ordinamento giuridico. Colombo in verità esplicita in maniera argomentata quello che sostiene dagli anni 80 quando teorizzò , a nome di “magistratura democratica ” che la magistratura era costretta “a fare opposizione al sistema” perché il consociativismo tra la DC maggioranza in Parlamento e il PCI minoranza, aveva affievolito l’opposizione e la contestazione al partito di maggioranza da parte dello stesso PCI. La magistratura cioè doveva farsi carico di contestare “il potere della maggioranza” attraverso la interpretazione della legge.

Questa valutazione “politica” della funzione del magistrato io l’ ho contestata sin da allora, e Colombo lo sa bene, ma oggi debbo dire che c’è una coerenza nel suo ragionamento che considero ancora più pericoloso, perché dopo la esperienza del pool di Milano degli anni ’ 90 a Colombo sembra ormai scontato questo ruolo omni comprensivo che rende il magistrato, a suo dire, “protagonista delle istituzioni”. Una funzione così indicata farebbe venir meno l’indipendenza della funzione giudiziaria per cui il magistrato non sarebbe più chiamato a reprimere la illegalità, funzione tipica e preziosa, ma a garantire la legalità cioè ad avere una funzione etico- politica.

La funzione del magistrato è in contrasto con la funzione politica- etica, che si vuole attribuire: il reato crea un. vulnus nella società e la sanzione ricuce lo strappo e ricompone la comunità nella sua convivenza civile. Si tratta di un ruolo di garanzia di chi controlla e sanziona. Colombo naturalmente sa bene che c’è un problema enorme negli Stati moderni e non solo in Italia, ed è la funzione del giudice e del pubblico ministero.

Un ruolo diverso è maturato lentamente in questi anni con l’indifferenza del legislatore: il Parlamento ha approvato leggi sempre più imprecise e generiche per assegnare un ruolo di supplenza alla magistratura, la quale non si sente più sottoposta alla legge, ma sta ‘ di fronte alla legge’, per ripetere una splendida espressione di un vecchio un giurista come Mastursi.

Quando il Parlamento prevede il reato di ‘ traffico di influenze illecite’, costruito sul nulla e dà al magistrato il massimo di discrezionalità per definirlo a suo piacere, siamo alla follia legislativa che determina inevitabilmente conflittualità e rapporti cattivi tra le Istituzioni.

Quando i costituenti scrissero la Costituzione la magistratura era altra cosa e la giustizia aveva un valore autonomo e residuale nel senso che la certezza del diritto e delle norme, in un preciso contesto codicistico, garantiva la terzietà del giudice, la sua scontata imparzialità e la sua estraneità rispetto alle passioni politiche. La espansione del potere giurisdizionale ha alterato l’equilibrio tra i poteri così come l’aveva concepito Montesquieu. È questa la questione della giustizia in Italia.

Nessuno finora aveva spinto la riflessione fino ad immaginare che il magistrato avesse la funzione di far “rispettare la legge” perché il rispetto della legge viene prima della devianza e deve essere garantito dalla scuola, dalla conoscenza, dalla cultura, dai valori morali, dalla solidarietà civile che è il contrario dell’odio e del rancore. Quella idea non è solo di Colombo ma sostanzialmente di tutta la magistratura che si attribuisce un potere non controllato perché autonomo e autoreferenziale. Sta al Governo e al Parlamento correggere questo equivoco ma debbo riconoscere che anche governi più solidi, più maturi non hanno fatto niente per evitare questa deformazione. E questo è un problema serio e fondamentale della nostra democrazia esposta sempre a pericoli ricorrenti.

 

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