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Il complottismo sconfitto dal sorriso di papa Luciani

"Indimenticabile. I 33 giorni" del pontefice ricostruiti da Preziosi che smonta la leggenda dell'avvelenamento e racconta il cammino verso la beatificazione
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E’ la notte tra il 28 e il 29 settembre 1978, il Paese è ancora sotto shock per il drammatico epilogo del sequestro Moro, quando Albino Luciani, salito al soglio pontificio con il nome di Giovanni Paolo I, viene ritrovato morto nella sua camera da letto a soli 33 giorni della sua elezione.

Si direbbe l’incipit di un giallo, con la Storia ancora a caccia del suo assassino: detective d’eccezione il giornalista Antonio Preziosi, che nel libro “Indimenticabile. I 33 giorni di papa Luciani”, edito da Cantagalli e Rai Libri, ricostruisce con rigore e chiarezza espositiva il breve pontificato di Giovanni Paolo I. Se infatti la straordinaria portata del suo messaggio evangelico è riconosciuta all’unanimità, a quarant’anni da quella scomparsa prematura prolifica ancora una letteratura complottista che si regge attorno alla teoria della morte per avvelenamento.

Ad alimentare dubbi e suggestioni fu senz’altro il clima pesante di quegli anni, ma concorsero alla creazione della leggenda di una morte violenta una serie di contraddizioni e inesattezze veicolata nella posizione ufficiale del Vaticano. A partire dal comunicato diramato nella mattina di quel 29 settembre, fino alle testimonianze raccolte nel corso degli anni tra gli ecclesiastici prossimi a Luciani, le circostanze sospette del ritrovamento del cadavere e alcuni indizi emersi successivamente lasciano quantomeno aperta la possibilità che il papa non morì di “infarto acuto del miocardio”, come sostenuto dal dottor Renato Buzzonetti nella diagnosi di morte.

Ciò nonostante non ci sono prove documentate che accreditino l’ipotesi di un complotto ai danni del Santo Padre, anche la ricostruzione più diffusa tra i suoi sostenitori – quella contenuta nel libro di David Yallop. “In nome di Dio. La morte di Papa Luciani” – appare oggi priva di fondamento storico e giornalistico. Albino Luciani “se ne andò rapito da “morte improvvisa” – espressione con la quale in medicina legale s’intende sempre “morte naturale” – così come nella rigorosa ricerca storico- critica condotta nell’arco di dieci anni dalla Causa di canonizzazione è stato ampiamente e definitivamente documentato”. Lo scrive con assoluta fermezza in una breve prefazione al libro il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, a cui piace sgomberare il campo da suggestioni noir per tratteggiare il ritratto dell’uomo mite e risoluto, il vescovo pastore che avviò una fase di rinnovamento della Chiesa che proseguì nel governo dei suoi successori, da Wojtyla a Papa Francesco: “Il breve pontificato di Giovanni Paolo I non è stato il passaggio di una meteora. Se il governo di Albino Luciani non si è potuto dispiegare nella storia, egli ha concorso a rafforzare il disegno di una Chiesa che è risalita alle sorgenti con il Concilio”.

Ma cosa rese quei 33 giorni davvero “indimenticabili”? E’ una domanda che trova certamente risposta nel bel libro di Preziosi che affronta sì il “mistero della morte”, quell’enigma che è sia terreno che spirituale, ma contribuisce anche alla rievocazione e alla rilettura di un momento storico decisivo. Attraverso la ricerca e la raccolta di scritti, fotografie e testimonianze, l’autore ripercorre nei dieci capitoli del suo volume il cammino verso la beatificazione di Luciani, quel processo canonico di santificazione che è ancora in attesa del “miracolo decisivo”.

Nell’intervista che segue in coda al libro, il cardinale Angelo Becciu sottolinea quella speciale aderenza al Vangelo che ha contraddistinto il breve papato di Giovanni Paolo I, nonché la semplicità e la misericordia del servo di Dio che trova conferma in ogni parte della sua biografia. La figura del “papa sorridente” risplende ancora vivida nei cuori dei credenti e nell’immaginario collettivo anche a ragione della piccola rivoluzione avviata da quel Vescovo di Venezia così fedele alla tradizione e aperto al rinnovamento: Il Papa che introdusse per primo il doppio nome, che rinunciò al plurale maiestatico, che fece della “umiltà” la cifra più significativa della sua vita.

 

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