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Assolta l’ex giudice Saguto: «Io, vittima del sistema Palamara»

L'ex presidente della sezione Misure di prevenzione di Palermo era accusata di abuso d'ufficio
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«Fu il giudice Palamara a espellermi dal Csm senza neppure ascoltarmi. Fui estromessa dalla magistratura senza mai essere ascoltata. E, sempre Palamara, che era alla guida dell’Anm mi espulse, anche qui senza sentirmi. Ma mi fece un favore perché abbiamo visto tutti cosa è l’Anm con le sue correnti…» . Le prime parole che l’ex presidente della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto, pronuncia dopo l’assoluzione dall’accusa di abuso d’ufficio hanno il sapore della vendetta contro chi l’ha buttata fuori dalla magistratura. Ovvero contro l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, che, quasi come se fosse una questione di karma, oggi si trova invischiato in vicende altrettanto gravi rispetto a quelle che hanno visto protagonista anche lei.

A sentenziare la sua innocenza, ieri, è stato il Tribunale di Caltanissetta, secondo cui «il fatto non sussiste», respingendo così la tesi dell’accusa, che aveva chiesto una condanna ad un anno e quattro mesi di carcere. L’ex giudice Saguto era accusata per la nomina di un coadiutore giudiziario nella gestione di un bene sequestrato alla mafia, Torre Artale di Trabia. «I sindacati mi avevano detto che l’amministratore aveva distrutto Torre Artale e faceva perdere 35 posti di lavoro – racconta all’Adnkronos – di fronte a questa dichiarazione, insieme al collegio abbiamo deciso di nominare un perito che verificasse la situazione, perché loro sostenevano che fosse l’amministratore incapace di gestire e che la struttura poteva funzionare» . Secondo la Procura, l’assunzione a marzo 2012 del coadiutore Mario Caniglia, considerato «senza alcuna esperienza in materia economico aziendale», sarebbe stata invece un’imposizione ai danni dell’amministratore giudiziario dell’hotel Salvatore Benanti, che riferì ai giudici di essersi opposto alla richiesta del giudice. Che così fu rinviata a giudizio per abuso d’ufficio. «In quel periodo avevamo gli attacchi sulla mafia che fa lavorare e il tribunale che chiude i beni sequestrati ai boss – spiega Di fronte alla possibilità di salvare 35 posti di lavoro, ho mandato una nota all’amministratore di parere negativo. Io dissi: “dottore Benanti, ora sarà il coadiutore a gestire l’albergo” e questo è stato considerato un abuso, perché lui aveva detto che il coadiutore era un incompetente. Invece parliamo di una persona che per 35 anni aveva lavorato al Kafara Hotel gestendolo nel migliore dei modi. E si è dimostrato competente – dice – Finché c’ero io ha funzionato, poi stranamente la società è fallita sotto l’amministrazione Benanti». Per i legali dell’ex giudice, gli avvocati Giuseppe e Ninni Reina, si tratta «di un primo riconoscimento alla legittimità dell’operato della dottoressa Saguto». Ma i guai giudiziari per l’ex giudice non sono ancora terminati. Sono altre due i processi che la vedono imputata a Caltanissetta in merito alla presunta associazione a delinquere – definita “Sistema Saguto” – per la gestione dei beni confiscati alla mafia e le nomine di amministratori giudiziari, scelti, secondo l’accusa, tra familiari e amici. Nomi che le venivano suggeriti, come lei stessa ha ammesso, dagli ambienti dell’antimafia, «anche da parte di colleghi magistrati». Le accuse a suo carico e a carico di diversi altri imputati vanno dalla corruzione al falso, dall’abuso d’ufficio alla truffa aggravata. Accuse dalle quali si è sempre smarcata, defindendole «mediatiche». Ed ora, incassata la prima sentenza, cita Giovanni Falcone, invocando la separazione delle carriere. «Sono contenta perché la giustizia allora esiste e i giudici continuano a guardarsi le carte come ho sempre fatto io – afferma – Ma oggi dico che aveva ragione Falcone quando sosteneva la separazione delle carriere. Allora non lo avevo capito, oggi sì». E l’ex giudice accusa gli organi inquirenti. «Quando l’imputato fornisce le prove – conclude – l’accusa deve anche avere l’onestà intellettuale di considerare la richiesta di assoluzione, non lo deve ritenere riduttivo per la sua posizione».

 

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