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Silenzio sugli Uiguri ristretti nei campi di “rieducazione” cinesi

La repressione della minoranza turcofona e musulmana, privata dei diritti elementari dal regime di Pechino
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In nome del trattato economico, si può soprassedere sul rispetto dei diritti umani. La scorsa settimana, infatti, gli Stati Uniti hanno deciso di non procedere con sanzioni contro la Cina per gli Uiguri e altre minoranze musulmane. Secondo quanto riportato dal New York Times, diversi funzionari del Dipartimento di Stato e del Consiglio alla Sicurezza Nazionale si sarebbero espressi a favore delle sanzioni.

Ma l’iniziativa si è fermata al Dipartimento del Tesoro, dove si è deciso di temporeggiare e di evitare di sollevare il nodo in questo particolare momento, nel quale Stati Uniti e Cina stanno tentando faticosamente di portare avanti una difficile trattativa commerciale. Insomma sicuramente il tema dei diritti umani è fuori dal tavolo dall’amministrazione Trump. Un tema spinoso per il quale la Casa Bianca non ha voluto usare la leva delle sanzioni economiche per spingere la Cina a rivedere le sue politiche sugli Uiguri.

Ma chi sono quest’ultimi e perché vengono imprigionati nei “campi di rieducazione”? Sono un’etnia turcofona e oggi di fede prevalentemente musulmana, la cui presenza nella regione dello Xinjiang è testimoniata già a partire dal II secolo a. C. in opposizione al primo impero Han che andava proprio allora costituendosi.

È solo dagli anni Novanta, inauguratisi con la disgregazione dell’Urss, che si è assistito al nascere di nuove sfide in Asia centrale, sia economiche sia etnico- religiose. Rilevante, a questo proposito, è l’affermarsi di nuove repubbliche indipendenti a maggioranza musulmana, di cui molte confinanti con lo Xinjiang.

Contemporaneamente si sono registrati i primi fenomeni di separatismo, il cui avvio è stato segnato il 5 aprile 1990, a Baren, piccola cittadina nella zona sud- orientale del Xinjiang, quando circa 200 militanti uiguri armati, guidati da Zeydin Yusup, leader del Partito islamico del Turkestan orientale, insorsero attaccando le forze dell’ordine cinesi e chiedendo che l’immigrazione Han verso la regione fosse fermata.

Ma i guerriglieri separatisti Uiguri sono poche centinaia, ma tanto è bastato alle autorità cinesi di usare la scusa della lotta al terrorismo per sradicare la loro cultura religiosa.

Ciò è avvenuto con una sorta di silenzio- assenso sul piano internazionale, favorito anche dalle conseguenze agli attentati che ebbero luogo negli Stati Uniti l’ 11 settembre 2001, che diedero avvio a nuove azioni di repressione contro realtà connesse in vario modo al mondo islamico.

È infatti in quel periodo che la Cina, appoggiando gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo, durante un incontro con il presidente americano Bush e il presidente russo Putin, raggiunse un tacito accordo sul suo modo di gestire le sue azioni anti- separatiste, semplicemente etichettandole come lotta al terrorismo interno.

Il risultato è che migliaia di uiguri, dopo il censimento, vengono detenuti in campi formalmente denominati “scuole per l’educazione professionale” o “scuole di addestramento contro l’estremismo”, dove non è permesso l’accesso ad avvocati e si è costretti quotidianamente a manipolazioni e deprivazioni.

Gli Uiguri, ricordiamo, vivono nella regione cinese dello Xinjiang. Sì, esattamente un luogo di risorse energetiche strategiche e che ha assunto un ruolo importante per la cosiddetta Via della seta, l’accordo commerciale recentemente ratificato anche con l’Italia.

 

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