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Marcucci: «Caro Prodi, non ci serve un padre ma un leader. Martina è l’uomo giusto…»

Intervista al capogruppo dem alla Camera
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Da capogruppo del Partito Democratico in Senato, Andrea Marcucci mantiene rigoroso il suo ruolo istituzionale, anche se non concorda con le parole del padre nobile per antonomasia del progressismo: Romano Prodi. E, con l’occhio privilegiato di chi sta dentro palazzo Madama, certifica: «La pratica contro Salvini per il caso Diciotti può considerarsi archiviata, ma i 5 Stelle pagheranno questa retromarcia rispetto ai loro dogmi».

Senatore, come ha interpretato le parole di Prodi in favore di Zingaretti?
E’ l’autorevole opinione del fondatore del partito e come tale va sempre rispettata. Non sono d’accordo con Prodi, non abbiamo bisogno di un Padre, abbiamo bisogno di un leader che sappia tenere unita la nostra comunità e di rafforzare nel Paese l’opposizione che in Parlamento stiamo facendo. Io credo che Maurizio Martina abbia queste caratteristiche, al contrario di Nicola Zingaretti che mi sembra impegnato invece a fare un’operazione di ritorno al passato verso un contenitore indistinto in cui annacquare il forte spirito riformista che il Pd ha acquisito in questi anni.

Lei teme che il candidato vincitore del congresso non arrivi al 50%?
Io mi auguro che tanti italiani vadano a votare il 3 marzo alle primarie del Pd. In tempi di partiti monolitici ed eterodiretti da aziende private, sarebbe un gran bel segnale di libertà e democrazia. Saranno gli elettori a determinare le percentuali del vincitore e come si sa gli elettori hanno sempre ragione.

Il dibattito congressuale sta riavvicinando il Pd al paese, come auspicavate?
Siamo sotto ad una cappa di regime insopportabile. Le veline della propaganda giallo verde invadono, come mai prima di ora, anche il servizio pubblico. E’ oggettivamente difficile far filtrare informazioni sulla nostra vita di partito. Ci stiamo provando, sono centinaia gli incontri che stiamo facendo nei bar, nelle piazza, nei luoghi di lavoro, per ascoltare ma anche per raccontare quello che succede a Roma.

Intanto, il governo è in tensione. Secondo lei i 5 Stelle salveranno Salvini?
Dopo le decisioni di ieri della Giunta per le elezioni e le memorie aggiuntive di Conte, Di Maio e Toninelli, direi che la pratica Salvini può considerarsi archiviata. Il M5S che per anni ha denunciato l’immunità parlamentare, ha deciso di salvare il leader della Lega. Una decisione stupefacente, un ‘ altra retromarcia che sono certo Di Maio in qualche modo pagherà.

Ora è sorta anche la polemica con la Francia. Errore del governo o strategia elettorale?
Ieri ho scritto all’ambasciatore francese per esprimergli il nostro disappunto per il comportamento del governo italiano. Vogliono fare la guerra ad un paese amico come la Francia, ma intanto hanno anche spostato l’asse del nostro sistema di alleanze verso la Russia e la Turchia, come sta avvenendo sul Venezuela. È un misto di pericolosa improvvisazione e di calcolo elettorale: una miscela esplosiva

I fronti caldi sono molti, dalla Tav alle difficoltà sul fronte economico. Il governo reggerà?
Per ora sono divisi su tutto, dalla Tav all’economia. Un patto feroce di spartizione delle poltrone però prevale sulle polemiche interne. Quando hanno da nominare un presidente, che sia alla Rai, alla Consob o all’Istat, trovano subito l’accordo.

Nel caso in cui il tavolo di maggioranza saltasse, quanto pronto è il Pd a confrontarsi con nuove elezioni?
Io credo che il risveglio degli italiani sarà veloce, i guasti che il governo sta facendo all’economia con il crollo del Pil e dei posti di lavoro, tra poco saranno visibili a tutti gli italiani. Per quel momento, credo che il Pd debba essere pronto a mettere in campo una sorta di resistenza civile anche nelle urne elettorali.

Per ora, l’unica certezza sono le elezioni europee. Il progetto europeista di Calenda potrebbe essere la direzione giusta per il Pd?
Sono d’accordo con Calenda, dobbiamo intanto rendere l’idea che il prossimo turno elettorale sarà determinante in tutto il continente e sarà una battaglia all’ultimo voto tra europeisti e sovranisti. Da questo punto di vista, considero l’apporto di Calenda molto qualificante.

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